sabato 30 ottobre 2010

PLETYPUS: "Barely In The Mouth Of The Wolf" (Foolzombie Rec., 2010)

Non sono dei debuttanti i Pletypus, 12 anni di attività, 2 EP ed un disco alle spalle fanno della collaudata formazione legnaghese una delle più esperte nel giro del basso veronese.
Il nuovo "Barely in the Mouth of the Wolf" rappresenta un salto di qualità rispetto al precedente “Bloody Mary", disco più scanzonato e allegro, e una totale virata verso suoni più rock’n’roll e duri. Ascoltando per intero il disco si ha la stessa sensazione che ha un pilota di Dragster mentre viene lanciato a folle velocità lungo un rettilineo. Impossibile contenere l’adrenalina che sgorga a fiumi nel sentire il ritmo punk’n’roll venato di garage che i Pletypus hanno scaricato sul disco .
Già dai titoli, comunque, si capisce che la band non ha perso il senso dell’umorismo. Omaggiare B.A. Baracus, il forzuto personaggio dell’A-Team, in uno di questi (B.A. Baracus Loves us), è un colpo ad effetto mica da poco.
Drumming preciso e potente (il batterista è lo stesso dei Brokendolls), chitarre che rockkeggiano al massimo e la voce di Andrea che in The Elicottero’s Song arriva fino al punto di sfondarsi le tonsille.
I brani sono tutti micidiali, non c’è spazio per le sdolcinerie e in men che non si dica comincerete a battere il piede e a saltellare sempre di più. Se staziona sul vostro lettore per più di una settimana non vi preoccupate, è tutto normale.
Dimenticavo: c’è anche una ghost track, ma la scoprirete solo ascoltando il cd.

Gianluca Merlin

produzione: Pletypusa
studio di registrazione: Studio 73 (RA)
formazione:
Andrea Mantovani (chitarra elettrica, voce)
Claudio “Knup” Piovan (chitarra elettrica, voce)
Luca “Bio” Biondaro (basso, voce)
Nicola Primo (batteria)

Tracklist:
1. B.A. Baracus loves us
2. The attack of B-movie Monsters
3. Oh Lord! A monster bites my neck!
4. Stranger’s candy
5. Too much love
6.  Pump up your stereo
7. She has been around (The block)
8. The Elicottero’s song
9. My personal extraordinary mixtape
10. How to do prevent a nuclear attack!

Pletypus su MySpace
Intervista ai PLETYPUS a Rock legends su Radio RCS L'onda Veronese :
Rock legends : Free Download &.

LIVE REPORT: Four by Art + Wigan Casino (16 ottobre 2010 - United Club, Torino)

Dopo ben 15 anni i Four by Art sono tornati a Torino per un concerto allo United Club che li ha visti accompagnati dai locali Wigan Casino.
I Four by Art nascono infatti nel 1982 a Milano, in piena epoca neo-psichedelica, in quegli anni '80 cioè che hanno visto rifiorire le sonorità psych e garage degli anni '60 ad opera di un cospicuo numero di band sparse su gran parte della penisola.
La loro impostazione sonora è in realtà molto più vicina a quei ritmi soul e rhythm'n'blues fatti propri dal movimento mod negli anni Sessanta (quello ben ritratto nel film "Quadrophenia" per intenderci) e ripresi anche questi negli Eighties.
La formazione milanese ha all'attivo un EP “In Mind in Four Sights” (1983) e due LP usciti per la Electric Eye “Four By Art" nel 1985 e, prima di sciogliersi (per poi riformarsi nel 2002), “Everybody's an Artist with Four by Art” nel 1986, tutti raccolti successivamente nel CD “The Early Years '82-'86, stampato nel 2008 su etichetta Area Pirata, che include inoltre tre registrazioni live inedite.
Affini per genere e per formazione sono i Wigan Casino che hanno fatto da spalla ai Four by Art nel live torinese.
Il loro stesso nome ne denuncia immediatamente i riferimenti musicali. Il Wigan Casino era difatti un famoso locale sito nell'omonima città (Wigan) del Midland inglese, molto attivo negli anni tra il 1973 e il 1981, dove si ballava proprio quel tipo di musica soul definito Northern Soul che è il nucleo della cultura mod, suonato da artisti come le Supremes, le Marvellettes, Jimmy Radcliffe, Otis Redding, per citare solo alcuni tra i più noti.
Nonostante i musicisti di ispirazione fossero in gran parte statunitensi, specialmente della zona di Detroit, e forte sia il legame con la black soul music, il nome del genere, Northern soul, viene coniato nel 1970 dal giornalista inglese Dave Godin per indicare quel tipo di ritmi legati agli anni '60 e il modo in cui venivano ballati nei locali del nord dell'Inghilterra, differenziandoli così dal resto della musica soul che stava evolvendo verso sonorità funk più dilatate.
Anche i Wigan Casino infatti affondano le radici della loro storia nel movimento mod torinese che può contare su un gruppo di riferimento importante come gli Statuto.
Il bassista, nonché autore di musiche e testi, Massimo Tinozzi, appartiene a quel movimento, ma è anche stato membro di due note band torinesi dedite al garage rock di matrice Sixties, i Sick Rose e i 99th Floor, entrambe capitanate dall'altrettanto noto Luca Re.
Se fin dal nome i sei torinesi richiamano la loro storia e le loro influenze musicali, il look che sfoggiano al concerto allo United Club non è da meno e anche se si sa che l'abito non fa il monaco, in scena, su un palco l'abito conta eccome e contribuisce a proiettare il pubblico in un'atmosfera d'altri tempi che ben presto fa muovere le gambe ai presenti.
Il loro suono è pulito, preciso, senza sbavature, rigorosamente soul con qualche concessione a sonorità un po' più tendenti allo psych-beat ma comunque molto piacevole, sia quando alla voce c'è Luca Lazzerini sia quando c'è Isabella Casetta, la corista di recente acquisizione, nel gruppo dal 2009.
I Wigan Casino suonano per oltre un'ora, varie covers e diversi brani dall'unico album finora pubblicato (dopo un mini CD autoprodotto e un EP split con i Made su vinile), dal titolo “Soulnighter”, uscito nel 1999 per la Modern Groove Records di Genova.
I Four by Art salgono sul palco poco dopo mezzanotte e già la formazione lascia presagire qualche cambiamento, nonostante Filippo Boniello, bassista e autore in passato di gran parte di testi e musiche, sia sempre lì, con qualche anno in più, certo.
Niente più organo, ma soprattutto sono le due chitarre che compaiono sul palco a far sorgere qualche timore: decisamente anomale in un gruppo soul.
Al primo pezzo i timori si trasformano in certezza. Il gruppo ha completamente cambiato genere. L'impostazione è ora decisamente sul punk degli anni '70, o punk '77 che dir si voglia (sono gli stessi Four by Art durante il concerto a dichiararlo) e anche i vecchi brani, classici come One more time, riproposti dalla nuova line-up diventano pezzi dalla forte connotazione punk, ma non alla Jam e niente a che vedere con il mod revival degli anni '70, proprio tutto un altro pianeta.
L'impostazione vocale e i suoni che escono dalla chitarra del giovane cantante (“avevo sei anni quando usciva il primo disco dei Four by art” rivela al pubblico) non lasciano dubbi sulla sua formazione musicale che chiaramente è molto lontana dal soul e dal Sixties sound. Il suono del gruppo è spesso, duro, ma nel complesso risulta privo di personalità. Un tappeto sonoro che lascia perplessi, al di là della sorpresa per il cambiamento di direzione musicale e di sicuro non è aiutato dal malfunzionamento di un amplificatore durante tutto il concerto.
Certo la sorpresa c'è e coglie non poche persone, visto che il pubblico alla fine del concerto è decisamente ridotto all'osso, e oltre alla sorpresa la delusione. Sia chiaro, non è un partito preso contro il punk '77 che pur rientra nei gusti musicali di chi scrive, ma viene da chiedersi se per un gruppo che cambi così radicalmente genere non sarebbe più coerente cambiare anche nome e lasciare il vecchio a richiamare una certa identità, ora forse passata e conclusa, ma radicata in un'epoca che per certa musica in Italia può essere definita gloriosa.
Sarebbe anche più corretto nei confronti del pubblico che non necessariamente è disposto a seguirli nella loro recente svolta.

Rossana Morriello
Foto di Rossana Morriello


Four by Art

dall'album "Four by Art"



I Can't Stand Your Love - Lost In A Ghost Town - Don't Call Me (On the Phone) - Sleep All Day - I'm Having Fun - A Little Bit of Ice


dall'album "Everybody's an Artist with Four by Art"



One More Time - Why People Are Standing? - Cold Sensation - I Can't Wait Till Midnight - It's So Hard



Wigan Casino (gruppo)
vedi sezione Audio del loro sito.


Wigan Casino (locale)

Musica e ballo Northern Soul al Wigan Casino negli anni '70.

venerdì 29 ottobre 2010

THE CRAMPS: A Memory and the Final Act

Oggi ho risentito Garbage Man dopo tantissimo, coverizzata dai Fatso Jetson nel loro ultimo album: che brano grandioso, psicotico ed attanagliante; mi sono reso conto ancora una volta di quanto fossero grandi i Cramps: questo ha innescato tutto ed ho realizzato che é passato un anno e otto mesi dalla morte di Lux Interior, oggi avrebbe avuto 62 anni.
Erick Lee Purkhiser era nato a Stow, Ohio il 21 Ottobre 1948.
Mi gioco quel che volete che avrebbe continuato a profanare venues e sordidi localacci americani col suo sesso distorto messo in scena, il sudore unico indumento, le braghe di pelle nera luccicante discese al limite della zona pelvica, il sesso
orale subdorato coi microfoni.
Nel video di Tear It Up che vi dò in pasto più sotto, forse uno dei più oltraggiosi, tratto dal film "Urgh! A Music War" Lux lo prende in bocca ripetutamente: l'orgasmo é lento, gli spasmi della voce lussuriosi.
Un mix infernale di masochismo e omosessualità ... mentre Poison Ivy immobile e glaciale era il femminino crudele e sadico, armato di chitarra e frustino.
I Cramps mi mancano: mi manca il seguito di "Fiends Of Dope Island" dalla cui uscita son trascorsi 7 anni, che sarebbe stato certamente un clone uguale a tanti dischi del combo psychobilly; ma proprio per questo mi mancano, perché non si smentivano mai, perché non hanno mai temuto di vivere e di proporre caparbiamente sino alla fine il loro fondamentalismo rock minimale.
In culo a tutte le mode fatue passeggere che si son succedute dal 1976 al 2001, quando Lux and Ivy festeggiarono 25 anni di Cramps resuscitando la label Vengeance e ristampando tutto il loro catalogo I.R.S. in cd rimasterizzati ed espansi, ed in vinili colorati.
Due anni dopo esce "Fiends Of Dope Island", ultimo atto di fede, ottimo disco di zombie-psychobilly con Lux tornato in copertina nei panni del licantropo/vampiro: nel 1980, quando uscì il "Songs The Lord Taught Us (I.R.S.)", primo atto di fede, già blaterava di esser stato un teenage werewolf, producendosi in un'epilettica zombie dance.
In Fiends la mutazione é completata, é inquietante ma ha vita breve: poco dopo, alla fine di tredici brani psicotici come da copione, ancora in mano il biglietto per una destinazione sbagliata, la testa mozzata del licantropo Lux é offerta da una mano impietosa al ludibrio degli astanti.
Quella che segue é la mia recensione del 2003.



Garbage Man - The Cramps live @ N.Y. Mudd Club 1981 [Human Fly - Teenage Werewolf] - Sunglasses After Dark - Strychnine - Tear It Up (Urgh! A Music War)


Zombie Dance - MysteryPlane - The CRAMPS - Sunglasses After Dark (live 1986)


FIENDS OF DOPE ISLAND (Vengeance, 2003)

Quattro dischi ogni decade e quest’ultimo lavoro a sei anni da "Big Beat From Badsville", inciso nel ’97 per la Epitaph che li
aveva rilanciati alla grande dopo un periodo piuttosto oscuro. Non mi sembrano delle scadenze invadenti, anzi si direbbe che gli inventori dello psychobilly giochino con i loro fans a farsi desiderare: l’attesa non è stata vana perché "Fiends Of Dope Island" è un grande album e conferma alla grande il loro riacquistato stato di grazia!
Un album Cramps a 360° nel quale si riappropriano delle più brillanti intuizioni soniche messe a punto in più di venticinque anni trascorsi a sputare sangue, rock&roll e caos sulle fredde assi di tutto il mondo ed in una diecina di lavori in studio: il loro rockabilly minimale e psicotico tagliato con il garage più puro dei sixties e con l’approccio punk più grezzo ha fatto scuola ma l’energia primordiale e selvaggia della coppia Lux Interior – Poison Ivy ancora oggi non teme rivali, lo affermo senza mezze misure, sono una delle ultime bands rimaste sulla faccia del nostro pianeta a suonare autentico rock&roll, vere icone viventi!
Che Lux Interior e Poison Ivy da sempre se ne fottano altamente delle mode e dei trends musicali non è un mistero, immersi fino al collo sin dalla fine degli anni ‘70 in un morboso immaginario horror e clichés fantascientifici da b-movies anni '50 applicati alla semantica rockabilly più ribelle, oscura ma anche più tradizionale dei fifties, di cui sono da sempre profondi conoscitori: sino a diventare la parodia e l’autocelebrazione di se stessi, stessa cosa successa ai Ramones!
Tutte queste disquisizioni che sembrano rituali ogni qualvolta si parla dei Cramps si sciolgono come neve al sole di fronte alla lampante ennesima dimostrazione di potenza ed immortalità che è "Fiends Of Dope Island": un ritorno alla grande a quel look horror/vampiresco che li aveva marchiati a fuoco all’epoca del loro diabolico debutto "Songs The Lord
Taught Us", serializzato dagli accentuati toni grand-guignol delle foto a corredo la confezione!
Anche musicalmente i conti tornano: la spirale deragliante ed allucinata di brani come Dopefiend Boogie, Wrong Way Ticket, un vero e proprio biglietto finale per l’inferno; il consolidato maestro del male che è Lux Interior a risucchiarci in un vortice senza fondo con le sue sfuriate da maturo licantropo, la chitarra intrappolata in un trip free senza ritorno.
Le malefiche ineluttabili lente cadenze chitarristiche di Poison Ivy in Color MeBlack ulteriore affermazione di autentica darkness esistenziale ("... is it state of mind…black lace, black leather, black vinyl"); la superlativa cadenzata psicotica cover del tradizionale Oowee Baby.
Tutto questo riporta al 1980 di "Songs The Lord Taught Us", a quel suono chitarristico
spoglio, minimale ed ipnotico con cui Alex Chilton annunciava al mondo la nascita di una leggenda musicale! Certo manca la psichedelia delle corde di Brian Gregory e si sente, ma ciò avvalora ancor di più l’enorme lavoro chitarristico di Ivy Rorschach che passa con disinvoltura dalle ritmiche alle divagazioni free più allucinate, supportata benissimo dal fido Harry Drumdini alla batteria e dal nuovo bassista Chopper Franklin (sostituisce Slim Chance) che sono ben in evidenza in questo lavoro, scivolando in avvolgenti cadenze jazzate (Papa Satan Sang Louie) o ardite trame ritmiche (Wrong Way Ticket), assicurando gustose sfumature di variazioni all’inossidabile minimalismo del Cramps-style!
Altri episodi fondamentali della raccolta sono la garagistica Hang Up una cover degli Wailers, un fuzz fantastico a farti l’anima a fettine e Lux che ti seduce l’inconscio, le fumettistiche Big Black Witchcraft Rock e Papa Satan Sang Louie, iniziali eloquenti dichiarazioni d’intenti satanici.
Su con la vita ragazzi, The Cramps sono come la donna che amate: ve ne combina di tutti i colori ma non riuscite a lasciarla, come il lavoro che odiate ma che vi fa mangiare.
L’avreste mai detto? Sono di nuovo tra noi, godetevi sino in fondo "Fiends Of Dope Island" perché la prossima volta chissà quando sarà!

L'ultimo documento sonoro dei Cramps sarà "How To Make A Monster" (2004, Vengeance) doppio cd di inedite registrazioni live e demo.

Wally Boffoli



Wrong Way Ticket
Fissure of Rolando
The Cramps - Big Black Witchcraft Rock (Live Paredes de Coura 2006)
Butcher Pete (The Movies)
Elvis Fucking Christ!

TheCramps
CrampsFacebook

FATSO JETSON: "Archaic Volumes" (2010, Cobraside/Godfellas)

Un deserto molto lontano
Negli anni novanta ebbi un veloce e intenso innamoramento per lo stoner rock al punto di acquistarne una cinquantina di cd in pochi anni; questo mix micidiale di pesantezze Sabbathiane e psichedelia interstellare colmava, a mio modesto parere, il vuoto lasciato da grandi band anni settanta quali appunto i Sabbath, che pur ancora attivi non ripetevano più i fasti del passato e gli strepitosi Hawkwind, cui il movimento stoner credo sia grande debitore consapevolmente o meno.
Fu un amore effimero e fugace, una cottarella, un flirt che si spense dopo qualche tempo anche se in quel periodo godetti grandi momenti orgasmici provocati dai Kyuss ovviamente, ma anche dai migliori e meno conosciuti epigoni quali i Karma to Burn, i Fu Manchu, gli Orange Goblin, gli Spiritual Beggars, i Nebula, e decine di altri che nel loro insieme meriterebbero un intero articolo su MB Magazine.
La fine dell’attrazione fatale avvenne, proprio come nei rapporti di coppia più risaputi, per mancanza di stimoli e di fantasia. I gruppi sopracitati dopo alcuni grandi album cominciarono a fotocopiare se stessi regalando all’ascoltatore momenti di noia epocale come neanche succede a una coppia sposata da trent’anni.
Tutto questo preambolo per dire che qualche anno dopo leggere il nome Fatso Jetson sulle riviste musicali, come uno dei gruppi stoner di seconda generazione, orripilava il vostro cronista al punto di saltare la lettura dell’articolo o recensione che fosse.
E’ quindi con molta cautela e un po’ di pregiudizio che mi sono accostato a quest’ultimo album del gruppo californiano, senza mai avere ascoltato i precedenti e preparandomi all’ascolto con lo spirito del 'beh, vediamo un po’ e devo dire che la sorpresa è stata piacevole e insperata.
Intanto perché di stoner, anche se i fratelli Lalli suonavano anche loro nel deserto con il generatore elettrico perché non c’era la corrente, non ce n’è che un lontanissimo ricordo, solo in un paio di brani, poi perché ho ascoltato una musica fresca, oserei dire innovativa pur nei molti momenti derivativi e altamente creativa.
Quando si scrive di rock si cade spesso nella becera trappola del citazionismo per cercare di dare al lettore le coordinate di un momento musicale che non ha mai ascoltato, cercando, per quanto è possibile, di indirizzarlo in modo che un amante del prog non si ritrovi tra le mani un cd di Johnny Cash.
In questo caso sono felice di cadere nella trappola dicendo che i Fatso Jetson di questo "Archaic Volumes" mi ricordano le intemperanze e le oblique follie dei Camper Van Beethoven nonché alcune delle cose più 'fuori' dei Flaming Lips o dei Mercury Rev, pur con moltissimi distinguo.
Per cominciare c’è una componente boogie piuttosto pronunciata, solo che è un boogie affannato e sudatissimo, un boogie psicopatico e sghimbescio che se il cantante dei Canned Heat potesse uscire dalla tomba e ascoltarlo se ne tornerebbe al più presto sottoterra spaventato.
Ma c’è dell’altro: sfido chiunque a non riconoscere nella progressione di accordi di almeno un paio di brani e uno in particolare è lo splendido strumentale Here Lies Boomer’s Panic, gli stilemi Crimsoniani del secondo periodo, quello di Starless e di Lark’s ... un brano micidiale che farebbe davvero invidia a mister Fripp.
Da segnalare ancora il brano Golden Age Of Cell Block Slang, con un assolo di sax sgangherato e spigoloso su una base di boogie sudista e sudato, la cover di Garbage Man dei Cramps dal loro primo album "Songs The Lord Taught Us "(IRS, 1980), permeato dall’ombra lunga dei Talking Heads con un cantato alla David Byrne anfetaminico e Jolting Tales Of Tension, brano che contiene l’unica concessione 'desertica' con una strepitosa e psichedelica chitarra slide galoppante come un coyote che corre in una notte di luna nel deserto.
A concludere, come si usava una volta, un brano lento, Monoxide Dreams, una bella ballata che suggella tre quarti d’ora di musica incalzante e ritmicamente incessante.
Il deserto è davvero un ricordo molto lontano.

Maurizio Pupi Bracali


Here Lies Boomer’s Panic
Garbage Man
Jolting Tales of Tension
Monoxide Dreams


Fatso Jetson
FatsoJetsonMySpace

giovedì 28 ottobre 2010

ERIC BURDON & THE ANIMALS: Gli "Absolute Punkers" del beat inglese

Prologo
Il termine ‘punk', nella fattispecie riferito al rock, è sottoposto da sempre ad un processo di archetipizzazione, soprattutto da parte di addetti ai lavori, giornalisti, critici.
Non credo di essere molto lontano dalla realtà dicendo che se si mettono da parte precise e note coordinate temporali e geografiche (quasi sempre necessarie in sede di scrittura e critica!) svariate band e ‘loners’ in momenti e luoghi diversi della storia del rock possono fregiarsi di tale attributo artistico ed esistenziale, inteso soprattutto come attitudine selvaggia e poco incline ai compromessi!
Il variegato panorama beat anglosassone della prima metà dei sixties è quello che ci sta più a cuore in questa sede: per i neofiti suggerisco “Nuggets II”, cofanetto di 4 cd edito dalla Rhino Records, imperdibile caleidoscopico feticcio contenente le incredibili, attualissime intuizioni beat/punk ante-litteram di quegli anni inimitabili!
Grosso modo distinguerei (col senno di poi di chi le ha vissuto in prima persona in tempo reale) i gruppi degli early sixties inglesi in due tronconi principali, i ‘Melodisti’, cioè quelli che puntavano tutto sulle armonie vocali e sulla ricerca della pop-song perfetta: Hollies, Herman’s Hermits, Moody Blues, Manfred Mann, Kinks (inseribili questi tra l’altro perfettamente anche nel filone mod insieme a Small FacesWho) oltre naturalmente ai Beatles; ed i ‘Punks’, band dall’approccio beat rude e selvaggio al patrimonio blues, r&b e r&r dei maestri d’oltremanica: Pretty Things, Them, Rolling Stones, Troggs, ma soprattutto gli Animals di Eric Burdon!
Burdon era un estremista tra i cantanti bianchi di allora, un metro e sessanta scarsi di rabbia vocale concentrata, ed ebbe l’enorme importanza di sviscerare sino ad estreme conseguenze espressive gli insegnamenti di John Lee Hooker, Bo Diddley, Chuck Berry, Ray Charles: erano loro gli interpreti dei ‘preziosi’ dischi contenuti nelle casse che i marinai provenienti dall’America scaricavano tra il 1962-63 nel porto di Newcastle Upon Tyne, sulla costa inglese, a 70 km. dalla frontiera scozzese, città natale di Eric, Alan Price (piano e organo), Chas Chandler (basso), Hilton
Valentine
(chitarra) e John Steele (drums).
Newcastle in quegli anni resta isolata dal pop corrente che sconvolge Liverpool e aggredisce la capitale!
Ecco perché gli ‘animali’ (mai nome fu più appropriato!) si fanno artefici di un sound autoctono, altamente energetico, basato molto sulle tastiere di Price ma in primo luogo sulla voce/personalità grezza, ribelle ed aggressiva di Eric Burdon.



Memories (a personal book)
Era l’estate del ’65 o giù di lì, avevo appena cambiato uno stupendo mangiadischi celeste modello ‘beach party’ con il mio primo vero giradischi (non ricordo il marchio) che avrei qualche tempo dopo sostituito con lo storico ‘Selezione Reader’s Digest', il massimo che allora poteva offrire la tecnica!
Una stagione fantastica: consumavo letteralmente con il mio amato mangiadischi celeste una serie arrapantissima di 45 giri: Wild Thing e With a girl like you dei Troggs, Black is Black dei Los Bravos, Summer in the City dei Lovin’ Spoonful, Domani di Sandie Shaw, Gimme Some Lovin'I’m a Man dello Spencer Davis Group; non so cosa darei per averli ancora in mio possesso!
A volte disertavo il pranzo o la cena pur di non distaccarmi da loro: le uniche vibrazioni erotiche poi, per noi tredicenni/quattordicenni, provenivano da quei piccoli pezzi rotondi di vinile nero idolatrati ‘with a hole in the middle’ quando giravano naturalmente!!!
Le ragazzine allora non erano così disponibili e disinibite per cui il do it yourself andava alla grande.
Al flash di 2 minuti e mezzo prestò subentrò quello a lunga distanza del microsolco a 33 giri, che per noi era un serio problema economico perché dovevamo risparmiare i soldi di papà per un mesetto per potercene comprare uno!
Il mio primo Long Playing fu “The Best Of The Animals” (Columbia GB, 1966), con una bella sagoma di Eric Burdon in copertina: conteneva hits che già conoscevo per averli sentiti in radio a Bandiera Gialla da Arbore e Boncompagni, It’s my life e We’ve gotta get out of this place (dai riff incisivi e metallici), l’immortale The House of the rising sun; ascoltai invece per la prima volta I’m Crying, Baby let me take you home, Bring it on home to me, Don’t let me be misunderstood, tutti brani divenuti classici.
E ancora Club A go-go, I’m going to change the world (rovente inno al cambiamento), Gonna Send to Back to Walker: tutti avevano alle mie orecchie vergini di allora la stessa vertiginosa intensità!

It's My Life
We've Gotta Get Out of this Place
Don't Let Me Be Misunderstood
I'm Crying



ERIC IS HERE! THE
ANIMALS 1964-1965

Eric Burdon sprigionava davvero un feeling animalesco: in quegli anni la potenza del suo soul proletario, le sue interpretazioni sofferte e sudate, la sua vasta gamma espressiva erano già ben definite, ed indubbiamente superiori alle prestazioni vocali dei vari Jagger, Lennon, Phil May; forse solo Van Morrison, selvaggio ed irrefrenabile leader dei Them, poteva tenergli testa.
Scrivono Nick Logan e Bob Woffinden nella loro “The Illustrated New Musical Express Enciclopedia of Rock” del 1976:
"Gli ingredienti principali del successo degli Animals erano l’eccezionale potenza ed emotività della voce di Burdon e gli ottimi ed ispirati arrangiamenti di Alan Price. I testi delle loro canzoni erano caratterizzati da un crudo realismo popolare. Con un suono rude, genuinamente originale e la loro immagine ‘punk’ ottennero successo anche fuori dell’Inghilterra grazie a numerose tournées negli States".
Non credo di esagerare dicendo che It’s my life e We’ve gotta get out of this place furono nella prima metà dei ’60 potenti inni generazionali, espressioni di rabbia e frustrazione giovanili altrettanto significativi e seminali delle stesse Satistaction, Get out of my cloud (Stones) e My Generation (Who), anche se non ne raggiunsero lo stesso enorme successo mondiale!
Nel giro che bazzicavo in quei giorni stentarono a girare i primi due albums originali degli Animals, “The Animals” (1964) e “Animals Tracks” (1965) usciti in GB per la Columbia e negli USA per la MGM; il best di cui sopra quindi rappresentò per molti di noi la Bibbia per un po’
Questi due microsolchi erano zeppi di covers, Boom Boom, I’m Mad Again e Dimples (J.L.Hooker), Around and Around e Memphis (Chuck Berry), The Right Time(Ray Charles), I’m in love again (Fats Domino), Roadrunner (Bo Diddley), Bring it on home to me (Sam Cooke).
"Gli Animals avevano una scarsa tecnica musicale, giusto la conoscenza sufficiente degli accordi per poter riprodurre in scena i loro dischi il più fedelmente possibile; solo Alan Price possedeva una cultura musicale estesa che gli permise di realizzare i luminosi arrangiamenti delle prime registrazioni del ’64-’65. Ma possedevano una qualità rara: l’energia!
Chi li ha visti dal vivo all’epoca può testimoniare: essi sì che ne possedevano, come i Rolling Stones, i Flamin’ Groovies, i Dr. Feelgood. E non sono questi nomi associati a caso agli Animals. Il materiale americano, preferibilmente ‘nero’, era di gran lunga il loro preferito ma riuscivano a reinventarlo creando brani indimenticabili, classici immortali della rock-music (House of Rising Sun, brano di Bob Dylan su tutti; ma anche Baby let me take you home, libero adattamento di Price di Baby let me follow you down, sempre di Dylan e sempre dal suo primo album"
 (Rock&Roll review, from RAK compilation, 1978).

Dimples
Boom Boom
The House Of Rising Sun
I'm Going to Change The World
Baby Let Me Take You Home



1966 (1): ANIMALISMS
Il ruolo di "Bibbia" fu di lì a poco rivestito dal nuovo album del ’66 per la nuova etichetta, la storica Decca, “Animalisms”. Barry Jenkins era seduto dietro i tamburi al posto di Alan Steel e Dave Rowberry ormai era divenuto il sostituto del genio musicale Alan Price.
"Animalisms" era ancora zeppo di adattamenti di classici neri: c’erano Sweet Little Sixteen di Chuck Berry, Maudie di J.L.Hooker; con uno sbottonamento verso il soul ed il r&b, One Monkey Don’t Stop No Show di Joe Tex, brillante e quasi rappata, I Put A Spell on you, convulsa, del voodoo- bluesman più pazzo in circolazione, Screamin’ Jay Hawkins.
Il blues è sempre in primo piano, con il superlativo tour de force vocale in crescendo di Burdon in Gin House Blues di Troy Henderson, divenuta all’epoca una sorta di banco di prova per chi si cimentava come lead-singer tanto l’interpretazione di Burdon era pregna di tensione emotiva!
Ma "Animalisms" conteneva anche un hit-single come Outcast di Campbell e due originali degli Animals quali She’ll return it e soprattutto lo stupendo slow You’re on my mind, che mostravano graduali cambiamenti nel sound, soprattutto la seconda song: i toni sono più pacati, si respira una loneliness particolare, il blues appare come interiorizzato da Eric, che fa presagire ‘venti di cambiamento’.

One Monkey Don't Stop No Show
Maudie
You're On My Mind
Gin House Blues
I Put A Spell On You


1966 (2): A POWER OF A SINGLE
Al 1966 è legata anche l’incisione di alcuni single, stupendi, le ultime felicissime vibrazioni che Burdon ci regalò con gli Animals in questa stagione di passaggio.
Inside looking out, dal riff indianeggiante, vero inno corale di rabbia repressa, potentissima, sulle sofferenze e speranze della vita in prigione: Burdon non conosce compromessi, forse non toccherà più vertici così alti di crudezza espressiva! Sarà ripresa esattamente 30 anni dopo dai Lord High Fixers di Tim Kerr, tra i più importanti alfieri del garage lo-fi americano, e sviscerata con raddoppiato livore!
Don’t bring me down riuscì ad essere all’epoca più Pop-olare grazie a una felice diffusione radiofonica e perché più accattivante: presentava un’ottima costruzione, con un ansimante crescendo iniziale di organo che eiaculava in un riff assassino di fuzz-guitar assolutamente indimenticabile; Burdon ha toni supplichevoli da amante frustrato, poiché è l’amore non ricambiato il tema di questa song di Goffin-King divenuta una classico senza tempo!
All’inizio degli ’80 è stata coverizzata da David Johansen, ex bambola di New York, nel suo “Live it-Up”, attraverso un Animals-medley che suona come celebrazione ufficiale della sua idolatria per una band che rappresentò uno dei suoi primi amori. Ma anche Tom Petty la reinterpretò nel suo live “Pack Up the Plantation”.
La side B del 45 giri era Cheating, lenta ed ipnotica, non certo inferiore alla side A: non era una novità in quegli anni!
Il terzo, storico single Decca fu See See Rider, uscito sul mercato quando Eric Burdon aveva già dato forfait e gli Animals non esistevano ormai più. Si trattava di un magistrale e personale arrangiamento di Rowberry di un traditional blues americano, basato su di un massiccio lavoro chitarristico e recante un fulminante solo distorto: Burdon come al solito spadroneggia, violentando la tradizione blues con sadismo!
Ancora una volta non si può distinguere tra side A e B poiché l’altro brano presente, Help Me Girl è un altro capolavoro tout court. Si tratta di una ballata after hour intensa ed accorata, sottolineata da un organo struggente e da caldi sassofoni, nella quale Burdon ci ricasca: quasi un amaro destino il suo, pregare una donna dal suo abisso di solitudine!
Ma il blues è proprio questo, e Burdon è stato ed è uno dei suoi più grandi interpreti bianchi.
I sapidi sentori jazzy di Help me Girl concludono in maniera incredibilmente cool questo periodo aureo, la prima metà dei Sixties, della storia degli Animals: gli avvicendamenti nella formazione e i nuovi orientamenti musicali non accomodanti di Eric portano allo scioglimento del gruppo. L’estrema ricettività artistica e umana del nostro l’espone irrimediabilmente alle nuove vibrazioni psichedeliche americane.
When I was young è già registrata con i New Animals: Burdon sta per spiccare il volo oltreoceano per inaugurare una nuova fase straordinaria della sua via crucis artistica. Il brano è decisamente un giro di boa, nella sua e nella nostra vita, con le sue sonorità esotiche e ‘fumate’
stordenti: nuovi strumenti aprono e conducono le danze, in primis il violino di John Weider, ma la stessa chitarra (Danny McCulloch) assume inediti timbri arabeggianti.
Il brano respira una straordinaria tensione, inaugurata dal celeberrimo rombo d’aereo iniziale che tanto scioccò allora: Burdon, cadenze vocali da sciamano, ritorna mentalmente sui luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, apre nuove porte; il viaggio nel nuovo suono acido è iniziato, e il furioso punk-beat degli esordi è ormai un pallido ricordo: il rock&roll ed il blues sono divenuti stratificazioni del suo subconscio artistico, l’ ‘Are You Experienced?’ necessario per materializzare nuovi ectoplasmi sonori!
A Girl Named Sandoz side B, è pura lava hendrixiana (Jimi diventerà vero fratello di sangue per Eric): il suono é oscuro, introspettivo, roba da brividi, con chitarre psichedeliche che s’aggirano felpate e minacciose a dettar legge.
Sono nati i New Animals ma come si dice: questa é un'altra storia!

Wally Boffoli

Inside Looking Out
Don't Bring Me Down
Help Me Girl
See See Rider
A Girl Named Sandoz
When i Was Young

Eric Burdon
Legendary blues-rock singer of Animals Eric Burdon on Facebook

mercoledì 27 ottobre 2010

WORDS OF ROCK - BAUHAUS: "Burning From the Inside" (1983, Beggars Banquet Music)

Bauhaus è l'abbreviazione di Staatliches Bauhaus, una scuola di architettura, arte e design della Germania. Il Bauhaus fu un momento cruciale nel dibattito novecentesco del rapporto tra tecnologia e cultura.
Sicuramente non poca fu l’influenza su Peter Murphy & Co. se oltre l’evidente richiamo tramite il nome della band, venne utilizzato il ‘Sigillo del Bauhaus statale’ di Oskar Schlemmer del 1922 Bauhauslogo come copertina di un album di raccolte di singoli della band.
La band nasce nel 1979, con la seguente formazione: Kevin Haskins alla batteria, David Haskins al basso, Daniel Hash alla chitarra e infine Peter Murphy, voce del gruppo.
Il loro primo lavoro è stato il singolo "Bela Lugosi’s Dead/Boys".
Nel 1980 è la volta dell’album “In The Flat Field” seguito da “Mask” nel 1981, “The Sky’s Gone Out” nell’82 e, nel 1983 esce “Burning From The Inside” per la Beggars Banquet Music che è quello sul quale ci soffermeremo.

Il disco si apre con la monumentale She’s in Parties, lo sgretolarsi di uno specchio in assenza di gravità, pezzi d’immagine che sono sospesi per un attimo per moltiplicare a loro volta l’immagine intera in tanti piccoli frammenti:

“Learning lines in the rain
Special Effects by lunatic and drinks
the graveyard scene
the golden years”

(Linee di apprendimento nella pioggia
Effetti speciali da folle e bevande
La scena del cimitero
Gli anni d’oro
).

E ne risuonano confusi gli echi in Here’s The Dub
Ciò che viene da pensare è: scrittura automatica, indaghiamo.
La traccia numero 6, Slice of life troviamo un indizio, forse siamo sulla buona strada:


“Ice inside your body
blood inside your soul
Yet still twelve faces stand around
hugging your skinny bones
What's the difference?”

(Ghiaccio nel tuo corpo
Sangue nella tua anima
Tuttavia ancora dodici facce si alzano attorno
Abbracciando le tue ossa magre
Qual è la differenza?)



Ecco che prende forma una delle immagini riflesse in uno dei frammenti sospesi: un vorticare ad intervalli smorzati, una ridondanza senza spine, una transizione, che si manifesta nella contraddizione del ritmo fluente della song, 'qual è la differenza?'.
Nell’ottavo pezzo Kingdom’s Coming si ode:

“Forget your flacid ego.. get it off your back.
Can't just look back, back again
You want it all, but it's on the run
The sky will open.”

(Dimentica il tuo ego flaccido, lascialo dietro.
Non puoi già guardare indietro, ancora indietro,
tu vuoi tutto, ma è in fuga
Il cielo si aprirà).

In qualche pezzo di riflesso c’è qualche immagine che scalpita, vibra, un movimento che continua a percepirsi nella nona song che dà il titolo all’album: Burning From The Inside

“I open my eyes, and look at the floor 
And now I don't see you anymore"
(Apro i miei occhi al pubblico
Ed ora non ti vedo più)
.

Qualcosa sta accadendo, qualcosa che è registrato punto per punto in cocci di specchio sparsi per aria che sono ognuno un’entrata oscura dalla quale è possibile vedere un diverso scorcio di un affresco che pian piano prende forma, ma per ora ancora pochi elementi, confusione, una porta si chiude e ci affacciamo su The Sanity Assassin


“He drops a capsule in your drink
and spikes your dreams with madness

(Lui lascia cadere una capsula nel tuo drink
E segna i tuoi sogni con la pazzia)

L’ombra è l’unica radiazione presente in questo corridoio, sagome che si perdono nell’oscurità, spiriti fatui, vapori così densi da sembrare strani specchi come accade tra Departure dove in un oblò scuro entro il corridoio tenebroso si scorge

“He was in his room, half awake, half asleep
The walls of the room seem to alter angles"

(Era nella sua stanza, mezzo sveglio, mezzo addormentato
I muri della stanza sembrano alterare gli angoli)

mentre in Honeymoon Croon in una fessura, una crepa, in uno dei muri di quella stanza, si può vedere come una sorta di film muto anni ’30 adagiato su di una filastrocca

“Honeymoon Croon tonight
Sew my socks tonight”

(Amicona (o strega) della luna di miele stanotte
Cucisti i miei calzini stanotte)

Ecco un gradino, attenzione: Lagartija Nick

“Move this way
Nice and slow
Paint it all black
Let the humorous glow"

(Lascia questa via
Gentile e lento
Dipingi tutto nero
Lascia ardere le caricature)

E dal gradino l’eco di una luce inghiottita, data la lontananza, da uno spesso tubo nero, ma che comunque dà sollievo all’occhio, Hope

“your mornings will be brighter
Break the line”

(I tuoi giorni saranno più luminosi
Rompi la linea)
.

Una desolazione che dura un attimo, nostalgia, solo cio’ che si vuol possedere si perde, Who killed mr. Moonlight

“All our stories burnt
Our films lost in the rushes
We can't paint any pictures
As the moon had all our brushes”

(Tutte le nostre storie bruciate
Le nostre pellicole perse
Non possiamo dipingere altri ritratti
La luna aveva i nostri pennelli)
.

E’ un attimo che la pena rende infinito ma che si dissolve in uno scenario che si ravviva di una luce che cresce progressivamente assieme al calore King Volcano

“Lonely people burn like candles
Only we are clean”

(La gente sola brucia come candele
Solo noi siamo puri)


Un attimo impercettibile, fade outWasp . Fade in … la luce prende corpo, assieme ad essa tutta l’architettura della Sala Grande che si scorge dal portico su cui sfocia il corridoio e poi ecco giganteggiare il ritratto carezzato dalla luce dei fuochi delle torce che illuminano la Sala tutta: Antonin Artaud
“The young man held a gun to the head of God”

(Il giovane uomo teneva una pistola alla testa di Dio).
L’infinito e … il suo doppio.

Enrico Quatraro
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