sabato 27 novembre 2010

LIVE REPORT: The Fuzztones (+ The Grannies) - Roma, Init, 23 novembre 2010

Arriviamo di corsa all'Init in questa serata piovosa, e se fuori è una notte grigia, entrando troviamo un club pieno fino all'orlo, caldo e colorato come non mai.
Era tanto che non trovavo tanta gente, segno che passa il tempo ma gli estimatori dei Fuzztones sono sempre presenti. Per iniziare la serata ci sono i Grannies, indie-garage stile sixties.
Ci faranno passare una mezz'oretta piacevole in attesa di Rudi e soci.
Finito il loro set aspetteremo ancora una mezz'ora abbondante con la gente stipata sotto al palco che attende con ansia. Finalmente, eccoli arrivano di corsa, parte la batteria, arriva anche Rudi, un boato lo accoglie.
Si parte con 1-2-5, seguito da Bad News Tavel Fast.
Rudi è un po' piu' 'appesantito' ma fa' il suo dovere da 'vecchio marpione' armato della sua armonica killer. Lana Loveland si muove sinuosa accarezzando i tasti del suo vox continental facendo venire in mente a noi maschietti pensieri peccaminosi, il resto della band picchia alla grande, del resto il buon Rudi ha avuto sempre buon gusto nello scegliere i suoi gregari.
Ecco il lungo psycho-horror Ward 81, seguito dal vampiresco Romilar D.
L'atmosfera è bollente, i muri dell'Init grondano sudore.
Rudi Protrudi come sempre gigioneggia con il pubblico, per poi passare ai pezzi nuovi: il r'n'r di This Game Called Girl, la splendida ballata psychedelica Flirt Hurt & Desert, e lo psycho beat di Set Me Straight.
La gente gradisce.
Il tempo di fare una Highway 69 ed ecco altri pezzi nuovi: Don't Speak Ill Of The Devil e My Black Cloud, uno evocante fantasmi doorsiani e l'altro pare un outtake dei Seeds.
Si prosegue con splendida Caught You Red Handed dal mini album "Boom" e giu' altri pezzi nuovi: Invisible, pezzo sempre in stile Doors e l'incredibile fuzz beat di Between The Lines.
La parte finale si snoda nella killer Gotta Get Some (la gente impazzisce), Journey To Time e infine She's Wicked, in cui il buon Rudi presenta la band, infine ringraziando si congeda.
Ma la gente accaldata, sudata e felicemente malridotta ne vuole ancora.
Loro accontentandoci ci regalano Strychnine e Cinderella, due pezzi che aspettavamo e che non potevano mancare.
In conclusione grande serata, del resto "The King Of The Garage Fuzz" non ci ha mai tradito.


Marco Colasanti
fotografie di Marco Colasanti


"Fuzztones live in Roma, Init, 23/11/2010": 75 minuti, intero concerto by Marco Colasanti

caught you red handed-invisible

between the line-gotta get some-journey to time

ward 81-romilar

this game called girl-flirt,hurt & desert-set me staraight
highway 69-don't speak ill of the dead -my black cloud
bad news travel fast-action speaks louder than world
she's wicked-cinderella-strychnine

XTC 1978 - 1979 : "White Music", "GO 2", "Drums and Wires" = Complicated Game

White Music (1978/Virgin Records)

"White Music" esce in piena bufera punk ed il quartetto di Swindon non sfugge certo alla sorte comune praticamente al 90 % dei musicisti della terra d'albione di quegli ultimi anni '70: etichettati dalla stampa internazionale come 'punks' debuttano con un album in realtà molto diverso dai prodotti con lo stesso marchio di gruppi come Generation X, Clash, Damned, Sex Pistols.
White Music rivela già chiaramente l'amore sfegatato di Andy Partridge, Colin Moulding, Barry Andrews, Terry Chambers per un 'pop' dai fascinosi ed avventurosi risvolti melodici ed armonici ed Andy Partridge, lead vocal e chitarrista ne incarna da subito il geniaccio a livello compositivo: certo siamo alle prese qui con un pop nevrotico e spigoloso che contiene tutta per intero la forza d'urto dirompente del punk ma la costringe ad essere grottesca e paradossale. Set Myself On Fire, I'm bugged, X Wires, Radios In Motion, Spinning Top, Neon Shuffle vivono di ritmiche e tiro frenetico, sviluppi compositivi imprevedibili e dadaisti, respirando attraverso gli spunti geniali e multiformi del farfisa-organ e delle mille tastierine di un incredibile Barry Andrews.
La versatilità gia' accentuata di Partridge e c. sconfina poi in un'incredibile, estemporanea cover singhiozzata e sincopata del famoso All Along The Watchtower con tanto di armonica lancinante, ma é nelle deliziose ed armoniose Statue Of Liberty e This Is Pop (programmatica già dal titolo) che gli XTC già si annunciano come i continuatori ed innovatori sopraffini del concetto di pop-music stigmatizzata da Beatles, Kinks, Hollies negli anni '60.

Radios In Motion
Set Myself on Fire
All Along the Watchtower live
I'm Bugged
This Is Pop?
Statue Of Liberty




GO 2 (1978/Virgin Records)

Come l'album di debutto, "GO 2" é registrato dagli XTC negli Abbey Road Studios londinesi (vi dice niente questo nome...) prodotto ancora una volta da John Leckie per la Virgin Records .
L'opera si può considerare come una stupenda serializzazione di tutte le idee compositive e strumentali abbozzate in White Music ; in quell'anno già si parlava diffusamente di 'new wave' e il secondo lavoro di Partridge e c. ne incarna tutte le linee guida: superamento graduale ma deciso della naivetè e dei limiti del punk, ricerca di atmosfere, timbriche e cromatismi dilatati ed innovativi!
Brani come Meccanic Dancing, Battery Brides, Beatown, Life Is Good In The Greenhouse impongono un'estetica Xtc nuova di zecca per quel periodo: ipnosi e minimalismo melodico allucinato, vocalismo ora dislessico ed aggressivo, ora rilassato e sognante, ma anche scattanti ed inedite ironia e freschezza pop , tutti marchi di fabbrica Andy Partridge ma anche del bassista Colin Moulding, autore delle brillanti Crowded Room, Buzzcity Talking, I Am The Audience e The Rhythm.
Episodi assolutamente eclettici ed esaltanti!
Barry Andrews e le sue tastiere continuano comunque ad essere il baricentro intorno al quale ruota tutto il sound degli Xtc: ascoltate il fraseggio accattivante di The Rhythm, da manuale! Ma Andrews firma solo due brani, My Weapon e Super-Tuff, si sente soffocato dalla statura artistica (come biasimarlo!) di Partridge e se ne va....

XTC - Meccanik Dancing (Oh We Go!)
Battery Brides
The Rhythm
Crowded Room
Beatown
Life Is Good in a Greenhouse




Drums And Wires (1979/Virgin Records)

"Drums And Wires", che continua il sodalizio artistico degli Xtc con la storica Virgin Records fa registrare invece due novita': un nuovo produttore, Steve Lillywhite, uno dei più importanti di quel periodo (di lì a poco, giusto per dirne una, avrebbe fatto esplodere gli Psychedelic Furs dei primi due storici albums!) e l'ingresso in organico del vecchio amico Dave Gregory alle chitarre (ma anche keyboards) al posto di Barry Andrews.
Drums And Wires é l'album che li impone finalmente e meritatamente all'attenzione della rock-scene internazionale dopo le scarse vendite di White Music e Go 2, troppo introversi e complessi per la massa: in virtù prima di tutto di un hit trascinante scritto da Colin Moulding, Making Plans For Nigel, un congegno pop oleato a dovere che dimostra a che maturità sia già giunta la bizzarra arte compositiva dei nostri.
Il loro sound diviene poi più leggero e volatile proprio grazie all'apporto delle corde creative di Dave Gregory, le voci si amalgamano magicamente nella più classica tradizione dei quattro di Liverpool: la critica più illuminata comincia a considerarli come i legittimi eredi dell'impareggiabile patrimonio art-pop di McCartney e c.!
Ten Feet Tall, altro picco compositivo di Colin Moulding, ne é esempio eloquente, piccola gemma di cristallina purezza melodica che ti entra nel cuore mondandolo dalle scorie e dai veleni quotidiani.
Day In Day Out e Complicated Game (fatalistico e nichilista) infine dimostrano inequivocabilmente che autore di talento sia ormai divenuto Colin Moulding ed il binomio con Andy Partridge perfetto (come nei Beatles e negli Stones)!
Un Partridge che da par suo inanella una serie di episodi ancora straordinariamente anfetaminici e contagiosi: Outside World, When You're Near Me I Have Difficulty, Real By Reel, Helicopter sino all'epica ed appassionante Roads Girdle The Globe! Tre dischi che hanno segnato la storia degli anni '70 e significato una smisurata dilatazione del concetto di 'Pop', tre dischi da riscoprire ed avere assolutamente!

Making Plans For Nigel
Helicopter
Ten Feet Tall
Roads Girdle The Globe
Reel By Reel
When You're Near Me I Have Difficulty
Day in Day Day Out
Complicated Game

Wally Boffoli

venerdì 26 novembre 2010

BOOK REVIEWS - "Life" by Keith Richards (and James Fox) - (Feltrinelli, 2010, 525 pagine)

Diretto e viscerale come i suoi riff di chitarra, onesto e commovente come la lettera di un amico. Questo e molto altro è "Life", attesissima autobiografia di Keith Richards, 67 anni, per 49 mente e anima dei Rolling Stones, la più grande rock 'n' roll band che il mondo abbia mai conosciuto.
Ecco finalmente raccontata in prima persona la storia del gracile ragazzino proletario di Dartford diventato una leggenda vivente grazie al suo talento, all'amore per Jimmy Reed, Chuck Berry, Muddy Waters e alla maniacale/monacale dedizione allo studio di ogni singola nota prodotta da quei padri e riprodotta prima sulle scale di casa o nel soggiorno di nonno Gus, poi in compagnia di altri ragazzini che volevano essere soltanto la migliore blues band di Londra.
E Keith quella storia ce la racconta con la sua voce, quasi che le parole sulla pagina fossero note su uno spartito o lo sguardo di un bambino che osserva stupefatto il mondo fuori e dentro di sé. Parole preziose come l'amicizia (valore assoluto che permea l'intero volume) e la sincerità (ammettere cattiverie ed errori propri o riconoscere oscuri meriti altrui non è da tutti).
Si compone davvero, pagina dopo pagina, la figura del fratello maggiore o dell'amico leale che molti di noi hanno immaginato di avere per decenni solo ascoltando un disco, assistendo a un concerto, guardando una foto; la timidezza del bambino vittima dei soprusi dei compagni di scuola (fino al pugno risolutore che stese il bullo e rese il timido un ‘eroe’); e poi l' assoluta dedizione alla musica e agli Stones, l'evolversi del rapporto con Mick Jagger, il profondo rispetto per le persone ed il rapporto straordinario con i fans, l' amore per i libri. Né mancano le accurate e sorprendenti pagine dedicate alle donne (il grande e tormentato amore per Anita Pallenberg) e alle droghe (‘uno strumento di lavoro’).
E tutto questo attraversa, anzi crea, la storia incredibile e meravigliosa che è stata ed è la saga dei Rolling Stones, dal fatiscente appartamento di Edith Grove alle ville e alle suite da mille e una notte, dalle serate con i venti spettatori del Crawdaddy al milione di persone della spiaggia di Copacabana, da As tears go by composta in una cucina chiusa a chiave dall'esterno da Andrew Loog Oldham ai megapalchi di "A bigger bang".
La vita di un uomo che fu bambino. Che suonò al capezzale della madre morente il pezzo che gli aveva insegnato suo nonno Gus cinquant'anni prima, Malaguena.
Keith bambino la suonava sulle scale e la prima recensione che ricevette fu di mamma Doris ("Ah, sei tu? Credevo fosse la radio"). Malaguena. Keith uomo la suona in una stanza d' ospedale nel 2007... ‘beh, era un po' stonato’, fu l'ultimo commento della madre.
Ladies and Gentleman: Keith Richards.

Maurizio Galasso


Best guitar solo ever - Keith Richards (Mich Taylor) (The Rolling Stones) - Sympathy for the Devil
Connection Live
Cocaine Blues
Rock Me Baby
Brian Jones Keith Richards Hear it - rare song

THE DOORWAYS: People We Know (Autoproduzione, 2010)

La gente ha tanti modi di ascoltare musica oggi, quasi tutti distratti: mentre guida, mentre fa jogging con la cuffietta, mentre parla con amici ad una festa.
Diventa sempre più difficile, perché non c'é mai tempo, sedersi tranquillamente senza agenti esterni che disturbino e dedicarsi ad un ascolto attento e partecipe.
Questo invece é l'unico modo di approcciarsi a "People We Know", sesto lavoro/cd di The Doorways, duo barese dedito da molti anni ad confezionare prodotti artistici in piena autonomia, 'artigianali' ma non per questo non intensi e coinvolgenti.
The Doorways sono Gianni Porta, compositore di liriche e musica e Gino Giangregorio, chitarrista coinvolto anche nello storico progetto pugliese La Via Del Blues: anche in People We Know sono coadiuvati, come nei precedenti cd, da alcuni musicisti del giro musicale barese e pugliese.
Il modo migliore di godersi questi brani dicevo é la concentrazione: essi sono basati sulla crepuscolare ed intimistica vena di songwriter di Gianni Porta; i costanti riferimenti musicali al folk e al country, da sempre i generi prediletti dal duo, in realtà puntano a valorizzare le sue sentite interpretazioni, la sua voce in odor di carisma (registrata credo volutamente in primo piano rispetto gli strumenti) che mai nel corso degli anni ha cercato di nascondere l'enorme influenza mutuata da Bob Dylan, ma io aggiungerei anche (decisamente) Eric Andersen.
Non stiamo però parlando di un'artista 'clone' di Dylan, quanto di una personale poetica maturata interiorizzando gli insegnamenti di uno dei più grandi menestrelli 'folk-rock' viventi.
Gino e Gianni in People We Know sono particolarmente attenti a creare (forse più delle precedenti prove) atmosfere assorte e sospese, zone d'ombra emozionali, generate più dalla sottrazione strumentale che dall'accumulo: Gino Giangregorio é abilissimo (la classe non é acqua e la tecnica mutuata in tanti anni si sente!) a fornire un supporto essenziale, mai invadente, con rifiniture di mandolino, slide guitar, dobro davvero di grande gusto ed efficaci che accarezzano la voce 'cartavetro' dolente di Gianni, la sua armonica minimale, capace con poche note di disegnare scenari 'devastati' ed introspettivi dell'anima.
Prezioso l'apporto di Renzo Bagorda (pedal steel guitar, forse il migliore strumentista country pugliese e non) in New Town, di Dino Panza (Via del Blues anche lui) alla vibrante armonica blues in Love To See You Smile (l'episodio più mosso della raccolta), di Sergio Langella al piano che 'colora' con sfumature jazzate davvero cool Nowhere Hotel, un brano che la dice lunga sulla versatilità musicale dei Doorways.
I brani più efficaci di People We Know rimangono quelli, a mio avviso, dove i due agiscono in perfetta e magnifica solitudine, orfani di ritmi, capaci di toccare le corde più profonde e nascoste dell'ascoltatore: Holes In The Wall (...life's nothing but holes in the wall), The Wind (...the night is long, walking alone, i still don't know a place), February Nightmare; scampoli di 'loneliness', di ispirata 'tiredness' esistenziale, flash di quotidianità dilatati sul vetrino del microscopio, 'deserted cities of the heart' molto vicini al mood paludoso del Dylan di "Oh Mercy" (1989) il disco prodotto da Daniel Lanois.
The Hour Is Late (for E.) e Help Me Crossing The Bridge rappresentano i picchi 'atmosferici' ed ispirativi di People We Know: ancora splendida 'solitudine' esecutiva ed interpretativa
( ... dark is coming, faces are fading in my heart), ridotta all'osso, straordinaria capacità di commuovere con la propria commozione; lo scarno, splendido finale di The Hour Is Late, con il gentile dobro/mandolino di Gino e le rade, toccanti note dell'harp di Gianni, tutto non é mai altrettanto accorato nel resto del cd ...tears must be cried, come i Cowboy Junkies ... nell'epilogo della Younghiana Powderfinger!
Un lavoro dallo spessore internazionale, che trascende le mere etichette.
Thanks ... Doorways!

Wally Boffoli

The Doorways
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JASON COLLETT: Rat A Tat Tat (Arts & Crafts/Goodfellas, 2010)

La prima volta che ho ascoltato un disco di Jason Collett era il 2005, l'album in questione “Idols of Exile”.
A parte la bella copertina rimasi affascinato dalla solarità della sua musica.
Solarità che mi fa piacere ritrovare in questo nuovo lavoro dal titolo "Rat A Tat Tat", il quinto ormai della sua discografia da solista. Sì perchè per chi non lo sapesse il signor Collett si nasconde anche dietro il progetto Broken Social Scene. Proprio con la sua band forse Jason Collett ha perfezionato lo stile cantautoriale che ritroviamo nei suoi lavori.
Rat A Tat Tat è uno di quei dischi capaci di metterti subito di buon umore.
Registrato con l'apporto della sua nuova band, gli Zeus, è il disco perfetto da portarsi in spiaggia o in una gita in montagna. Undici le tracce che compongono l'album (quasi tutte di breve durata), che si apre con Rave On Sad Songs. Basta ascoltare le semplici note di quest'ultima per renderti conto che anche stavolta il sole del Canada splende forte.
Lake Superior, la seconda traccia dell'album, con il suo cantato mi fa tornare in mente John Lennon (forse questo accade perchè oramai vedo i Beatles ovunque).
Love Is A Dirty Word, un piccolo brano dal sapore agrodolce di soli due minuti e 42 secondi, è uno dei momenti migliori del disco, impossibile da non canticchiare. C'è poi High Summer, un brano che non ti aspetti. Una dolce ballata che sul finire sfocia in chitarre elettriche rabbiose stile Crazy Horse. Il momento migliore del disco è senza dubbio Love Is a Chain.
Un brano incalzante, che in un mondo giusto potrebbe essere tranquillamente un successo discografico e che alla fine, pur non volendo, ti strappa un piccolo applauso. Long May You Love è un'altra splendida canzone cui non si può resistere.
The Slowest Dance tiene alto il ritmo e ti accompagna sino a Winnipeg Winds che ricorda molto gli Eels.
Vanderpool Vanderpool con il suo sapore tex-mex è il brano che conclude l'album, l'ennesimo gioellino regalatoci dal cantautore canadese. "Rat A Tat Tat" è un album immediato ma non per questo banale.
E non fa niente se Love Is A Dirty Word sembra presa in prestito dall'ultimo album degli Wilco mentre Winnipeg Winds ricorda un po' Agony degli Eels.
Jason Collett ha confezionato un disco pregevole per la sua semplicità. Capace di ben sintetizzare il più classico folk rock con i suoni dell' indie.
In un inverno così piovoso c'era proprio bisogno di un po' di sole.

Michele Passavanti

Love Is a Dirty Word
Love Is a Chain
Rave on Sad Songs

Jason Collett

giovedì 25 novembre 2010

DD/MM/YYYY: “ Black Square” (Invada/Goodfellas, 2010)

I canadesi DD/MM/YYYY (Day Month Years) hanno alle spalle 8 album, svariati singoli ed hanno partecipato a festival musicali insieme ad artisti del calibro di Bjork, The Smashing Pumpking e The Killers.
Questa band math rock (rock basato su tempistiche atipiche) rilascia l’album “Black Square”, 12 tracce (13 per la versione su cassetta) che assaliranno l’ascoltatore per la loro potenza sonora e al tempo stesso lo culleranno in atmosfere surreali.
“Black Square” parte con il pezzo Bronzage , biglietto da visita della band che dimostra quanto sia di impatto il genere e al tempo stesso quanto esso possa trascendere nell’eclettico.
Continuando l’ascolto ci verrà offerta una vasta gamma di sonorità assurde, e i DD/MM/YYYY non si risparmiano dallo spossare l’ascoltatore proponendo brani al limite del noise seguite da ballad psichedeliche.
Infinity Skull Cube ci farà perdere il contato col reale, Sirius ammiccherà a sonorità alla Nintendo che ritroveremo infine anche nella più indie I’m Still In The Wall.
Tirando le somme, scopriamo sicuramente una valida band che delizierà i ricercatori di sonorità fuori dagli schemi, ma che non possiamo definire unica, in quanto scavando meglio in questo panorama underground troviamo molti altri artisti dalle sonorità gelide e dalle tempistiche pungenti.
“Black Square” è prova del valore della band ma al tempo stesso è dimostrazione di una debole ricerca stilistica.


Francesco Castignani


Infinity Skull Cube

DAVID CROSBY 1965 – 1971: The Byrds, C.S.N., C.S.N. & Y., "If I Could Only Remember My Name"

The Byrds

The Byrds sono uno dei gruppi che più abbiamo (ho) amato nella seconda metà dei ’60: ero inebriato dalle loro Rickenbaker, dalle commoventi vibrazioni mistiche dei cori angelico/metafisici di albums come “Mr. Tambourine Man” (’65, Columbia), “Turn Turn Turn!” (’65, Columbia), dalle sperimentazioni di “Fifth Dimension” (’66, Sony Music), “Younger The Yesterday” ( ’67, Columbia), “The Notorius Bird Brothers” (‘68, Columbia), tre dischi stracolmi di fosforescenti illuminazioni folk-rock che ci (mi) avevano letteralmente spalancato le porte della percezione sensoriale insieme alle primissime opere dei Doors, Jefferson Airplane, Grateful Dead.
David Crosby (Los Angeles, 14.8.1941), proveniva come Roger Mc Guinn e Gene Clark dall’ambiente folk, aveva fatto parte di Les Baxter’s Balladeers (un album all’attivo senza Crosby).
Nei Byrds diventa chitarrista ritmico ed impagabile, acuto ‘harmony-vocalist’ già nei primi due album, stracolmi di covers Dylan-iane e di brani autografi del grande Gene Clark. La sopraffina rielaborazione vocale rock byrdsiana, jingle-jangle per il suono cristallino e puro delle chitarre Rickenbacker da loro sempre adoperate, del patrimonio folk americano, Bob Dylan soprattutto ma anche Pete Seeger-Haynes (The Bells of Rhymney, Turn Turn Turn su parole dell’Ecclesiaste), Jackie DeShannon (Don’t Doubt Yourself Babe), Hayes-Rhodes (Satisfied Mind, inciso anche da Jeff Buckley tantissimi anni dopo) farà dire e scrivere che sono stati loro a mettere a punto per primi il folk-rock!
Ma ancora prima di Mr. Tambourine Man avevano inciso con Jim Dickson un album ancora acerbo, "Preflyte" (uscirà nel 1969, nel ’72 e nel ’74 per etichette diverse) che conteneva un piccolo capolavoro compositivo triste-nostalgico di Crosby-Mc Guinn, The Airport Song.
La psichedelia eterea, il nascente raga-rock dei Byrds (ispirato dall’oriente di Ravi Shankar) avevano prodotto tra il ’66 ed il ’67 "Fifth Dimension" e "Younger Than Yesterday", due album densi di brani dall’aroma stordente ed intenso; Mc Guinn arriverà a dire che i suoi intricati fraseggi chitarristici in Eight Miles High erano influenzati dalle scale jazzistiche del sax di un altro artista rivoluzionario di quegli anni, John Coltrane!
In mezzo a tante nuove e geniali intuizioni comincia a farsi largo la vena di songwriter di David Crosby: i brani ed i testi più enigmatici e visionari di questi due album non sono firmati da Roger McGuinn o dal bassista Chris Hillman (che pur reca in questo periodo un validissimo nuovo apporto creativo!) bensì da David Crosby:

What’s Happening? - “…non so chi pensi di essere, non so che cosa sta accadendo qui”;

Renaissance Fair - “…penso che potrebbe essere un sogno, c’è profumo di spezie e di cannella, sento musica dappertutto, tutt’intorno un caleidoscopio di colori, penso che potrebbe essere un sogno”; il verso “I think that maybe i’m dreaming …” sarà citato da Eric Burdon nel brano Monterey (New Animals, "Twain Shall Meet", 1968);

Everybody’s Been Burned - “…tutti sono stati bruciati prima, tutti conoscono la pena, chiunque in questo posto può dirti in viso: perché non dovresti tentare di amare qualcuno?”;

l’obliqua e psichedelica Mind Gardens“… una volta c’era un giardino, arrivò la neve e temetti per il giardino, così costruii delle mura ed un tetto per proteggerlo, ma quando tornò il sole e la pioggia di primavera non potevano raggiungerlo, sarebbe certamente morto, così buttai giù i muri: il giardino continua a vivere”;

Lady Friend “… ecco che torna di nuovo, ormai la notte sta per finire, ecco che viene e sta per dirmi addio, sta per andarsene e lasciarmi solo, e dovrò vivere senza di lei e sopravvivere”;

l’utopistica Triad“… volete sapere come sarà, io e lei o me e te, vi amo tutte e due, perché non proviamo qualcosa di nuovo? Perché non rompiamo tutte le regole? Davvero non capisco perché non possiamo amarci in tre!"; sarà reintepretata in modo eccelso da Grace Slick & Jefferson Airplane nell'album "Crown of Creation" (1968);

Dolphin’s Smile“ … fuori nel mare tutto l’anno nuotano liberi da ogni paura, ogni giorno gettano spruzzi, i delfini sorridono”, prodromo della grande sensibilità animalista ed ambientale di Crosby, che maturerà anni dopo durante la convivenza artistico-esistenziale con Graham Nash.

Questi brani recavano in seno strazianti rimpianti esistenziali, introspezioni psichedeliche, inni alla bellezza della natura: sperimentavano con nastri alla rovescia, simulacri preziosi di musica nuova!
Crosby già non c'é più in "Notorius Bird Brothers", anche se appaiono sue composizioni: si é parlato di rapporto difficile ed insanabile con Roger Mc Guinn, di gelosie artistiche, di desiderio di nuove vibrazioni musicali da parte di Crosby.

The Airport Song

What’s Happening ?!?!
Renaissance Fair
Everybody’s Been Burned
Mind Gardens
Lady Friend
Triad
Dolphin’s Smile





C.S.N. - C.S.N. & Y.

Tra il ’69 ed il ’70 i due storici albums Atlantic di Crosby, Stills & Nash (il secondo, "Dejà Vu" con Neil Young) confermavano l’enorme talento compositivo di Crosby, oltre che le sue squisite doti vocali: la fusione della sua voce con quelle di Nash e Stills nel primo omonimo album raggiunge delle vette incredibili, generando armonie incomparabili, divenute leggendarie nel corso degli anni.


Song come Long Time Gone – “… sembra essere un lungo periodo di tempo, ma tu sai che l'ora più buia è sempre poco prima dell'alba”; l’eterea Guinnevere,
la drammatica Almost Cut My Hair
- “… sembrava quasi dovessi tagliare i miei capelli, é successo proprio l’altro giorno, ho sentito che la mia bandiera freak era distrutta, questo accresce la mia paranoia; è come guardarmi nello specchio e vedere una macchina della polizia”; Déjà Vu , fecero vibrare con il loro ribellismo romantico in tutto il mondo un’intera generazione freak-alternativa, quando tutti questi termini avevano ancora un senso.

Guinnevere

Almost cut My Hair
Déjà Vu


"If I Could Only Remember My Name" (1971, Atlantic)

Che tutto quanto su narrato fosse ‘solo’ un lungo preludio all’incredibile “If I Could Only Remember My Name” uscito nel 1971 (per Crosby un picco d’ispirazione poetico-musicale mai più eguagliato) l’ho pensato molte volte!
Anche se sono passati quasi 40 anni ricordo bene l’eccitazione che era nell’aria quando (nell’anno che introduceva une decade mutante e molto diversa per la cultura
rock) nella piccola comunità hippie che era tutta la mia famiglia si sparse la voce che era imminente l’uscita del primo album solista di David Crosby. Allora funzionava ancora il passaparola: non esisteva tanta stampa rock specializzata, quella che oggi provvede sin troppo zelantemente ad illuminarci su ogni buco oscuro del panorama rock internazionale. Allora si parlò di manifesto etico-musicale ‘definitivo’ della filosofia hippie della West Coast ormai in declino, visto anche l’enorme numero di artisti/amici che si strinsero intorno a colui che ne rappresentava un vero e proprio guru . Qualche nome (parlano da sé): Jorma Kaukonen, Grace Slick, David Freiberg, Jerry Garcia, Phil Lesh, Jack Casady, Joni Mitchell, Neil Young.
La filosofia/messaggio del disco è già contenuta per intero nel brano d’apertura:
Music Is Love suona come una nenia minimale -
“ … tutti dicono che la musica è amore/che la musica è for free/spogliati dei tuoi vestiti, distenditi al sole/tutti dicono che la musica è divertimento”.
Messaggio forse oggi ingenuo ed anacronistico oppure (volendo!) parole straordinariamente attuali, unico antidoto ad un mondo straziato da bellicismi, fondamentalismi religiosi, tragiche intolleranze quotidiane?
Poi è musica … come diretta emanazione della natura, dei tramonti californiani, della brezza marina dell’oceano, densa di mille delicati cromatismi e sfumature chitarristiche, con la voce di David Crosby appesa ad un tenue filo temozionale, che doppia se stessa (Orleans, Song with no words), che si fa eco (I’d Swear There Was Somebody Here) con movenze sciamaniche, intenta ad esplorare le pieghe più riposte di un’ anima generosa ma inquieta di uomo ed artista.
Traction in the rain –
“…lo sai che è difficile per me trovare un modo per superare un altro giorno della città senza pensare. E 'difficile abbastanza per guadagnare qualsiasi trazione sotto la pioggia, lo sai che è difficile per me capire”;
Tamalpais High, Laughing (con un solo interstellare di Jerry Garcia) sono il cuore pulsante del disco, songs attraversate da un’unica linea d’orizzonte, quella dell’utopia freak/hippie totalizzante, reduce da una stagione irripetibile ma che sta volgendo al termine .
In "If I Could Only Remember My Name" essa sembra toccare la sua estrema
sublimazione/splendore prima di dileguarsi nei perfidi anni ’70 che conosceranno altre sconosciute, ambigue seduzioni musicali ed estetiche :
“…pensavo di aver trovato una luce che mi guidasse attraverso la notte e tutta questa oscurità, mi ero sbagliato, erano solo i riflessi di un’ombra che avevo visto; pensavo di aver visto qualcuno che sembrava finalmente conoscere la verità, mi ero sbagliato, era solo un bambino che rideva nel sole, nel sole” (Laughing).
Due perle d’inarrivabile ribellismo romantico crosbyano rimangono What Are Their Names“… mi chiedo chi sono gli uomini che comandano su questa terra e perché lo fanno in modo così malvagio; quali sono i loro nomi? Vorrei dare loro un pezzo della mia mente per portare pace all’umanità”
e la lunga, acida saga immarcescibile di Cowboy Movie.
Quanti brutte storie David ti sono successe dopo questo disco, la sudditanza dalla cocaina, la prigione per detenzione d'arma di fuoco, la malattia, abbiamo più volte temuto il peggio: mai però, ad utopie spentesi,i diamanti grezzi di questo disco hanno smesso di risplendere nel nostro immaginario e nel nostro cuore.

Laughing
Music Is Love
What Are Their Names
Traction In The Rain
Cowboy Movie
Tamalpais High
Song With No Words (Tree With No Leave)

Pasquale ‘Wally’ Boffoli

mercoledì 24 novembre 2010

THE WARLOCKS: “Rise and Fall, EP and Rarities” (Zap Banana/Cargo Records/Goodfellas 2010)

The Warlocks sono senza dubbio uno dei gruppi contemporanei più interessanti per gli amanti della psichedelia, quella che affonda le sue radici nelle sonorità acide e dilatate degli anni '60. Dal loro esordio discografico nel 2000 con l'EP omonimo uscito per la Bomp! Records di Greg Shaw i Warlocks hanno pubblicato cinque album, cambiando nel frattempo diverse volte etichetta (oltre che formazione), per approdare ora alla Zap Banana/Cargo Records, la quale ha prontamente dato alle stampe un doppio CD che raccoglie il primo EP e il successivo album “Rise and Fall” del 2001 (con tutti i pezzi diversi contenuti nella stampa americana e in quella inglese), oltre a otto brani tra inediti e rare tracks.

L'operazione è dunque ghiotta per chi intenda scoprire il gruppo californiano, per chi già lo conosce ma si era perso i lavori degli esordi e per i collezionisti affezionati che ameranno di certo gli inediti e le rarities, peraltro in numero sufficiente a formare quasi un nuovo album.
Il CD è difatti un imperdibile gioiellino psichedelico che fin dall'inizio proietta nelle atmosfere suggestive di cui sono capaci i Warlocks, super band con quattro chitarre, due bassi, due batterie. Si apre con Jam of the Witches, una cavalcata psichedelica da brividi nella quale si possono già leggere tutti i riferimenti musicali del gruppo, partendo soprattutto dai Velvet Underground e dagli abissi imperscrutabili e affascinanti dei loro percorsi melanconici, passando attraverso le sonorità spaziali e acide di gruppi come Hawkwind e Spacemen 3, per arrivare a certe soluzioni più leggere, vicine agli Spiritualized di "Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space", che si sentono già nel secondo brano, House of Glass, morbida ballata con riverberi alla Nick Drake.
La successiva Skull Death Drum Jam, come suggerisce il titolo, è quasi un lungo assolo di batteria, accompagnato da sonorità liquide, e precede la bella e intensa Whips of Mercy. Segue un tributo esplicito dei Warlocks a uno dei chiari punti di riferimento con il brano Song for Nico, presente anche nella versione dell'EP, quindi riproposto nel secondo CD con una vena se possibile ancora più velvetiana. Le successive Left and Right Of The Moon e Motorcycles richiamano invece alla mente l'universo spazio-temporale dei Pink Floyd, così come la rarefatta Heavy Bomber Laser Beam (Laser Beam era un titolo presente nella track list della stampa americana del primo album ma in realtà non inciso), effetto cui contribuisce la voce particolare di Bobby Hecksher.
E se fino a qui siamo nel primo album, con i brani tratti invece dal precedente EP The Warlocks”, che vengono proposti nel secondo CD, il loro suono si apre a qualche sfumatura appena più solare, cominciando ad assumere fin dai primi brani ritmi meno diluiti e più cadenzati che culminano con l'aggressiva Caveman Rock, neanche a dirlo, se non fosse immaginabile dal titolo, un pezzo di consistenza garage-psych avvicinabile ai migliori classici del genere. Per il resto del disco la ritmica continua ad essere leggermente più serrata e le chitarre nel complesso più hard. Il percorso in cui ci conducono nei brani dell'EP, in un crescendo vorticoso di suoni a matrice psichedelica, si chiude con la ballata soft Dilaudid, preceduta da Jam of the Warlocks, altra stupenda cavalcata che fa il paio con il brano di apertura del CD, se non altro perché nella tradizione anglosassone warlock è il maschile della strega (witch), nonché – ricordiamo – il primo nome dei Grateful Dead, altra storica band a cui i Warlocks devono certo molto.
Notevoli comunque entrambi i dischi e belle anche le otto bonus tracks raccolte quasi tutte alla fine del doppio CD, alcune delle quali sono tra le cose migliori contenutevi, come la splendida Total Headache o l'incalzante Jam of the Druids.
In attesa di ascoltarli dal vivo nel tour che li porterà nel mese di dicembre anche in Italia per cinque date, questa operazione di ristampa dei primi lavori ci spalanca egregiamente le porte del loro caleidoscopico mondo.

Rossana Morriello

Disco 1
1. Jam Of The Witches , 2. House Of Glass , 3. Skull Death Drum Jam
4. Whips Of Mercy , 5. Song For Nico , 6. Left And Right Of The Moon
7. Motorcycles , 8. Heavy Bomber Laser Beam , 9. Jam Of The Druids*

Disco 2
1. Cocaine Blues , 2. Song For Nico , 3. Jam Of The Zombies
4. Caveman Rock , 5. Angry Demons , 6. Jam Of The Warlocks
7. Turn The Radio On* , 8. Turn The Sun Down* , 9. Total Headache*
10. Dilaudid** , 11. Inside/Outside* (Demo) , 12. Shake The Dope Out* (Demo)
13 Dope Feels Good (Demo)*

* inediti
** disponibili su 7” limitato a 1000 copie


House of Glass
Whips of Mercy
Song for Nico
Left and Right of the Moon
Motorcycles
Cocaine Blues
Jam of the Zombies
Caveman Rock

Angry Demons (live)
Dilaudid
Inside Outside
Shake the Dope Out
Dope Feels Good

The Warlocks
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