sabato 4 dicembre 2010

LIVE REPORT – THE MISFITS (Alpheus, Roma 19/09/2010)

Una premessa: chi vi scrive questa recensione porta il Crimson Ghost (il tipico teschio logo dei Misfits) stampato sul braccio. Difficilmente quindi questo potrebbe essere definito come un live report imparziale.
I Misfits a Roma, dunque. A distanza di 6 anni dalla prima volta che li vidi live, sempre in quel di Roma, al Circolo degli Artisti, sempre con la formazione a tre: si tratta infatti dell'ennesima reincarnazione di una band che recentemente ha festeggiato i 30 anni dalla fondazione, e che vede come unico membro fondatore superstite il bassista Jerry Only, inconfondibile con il suo devilock e il suo basso Devastator, che ricopre anche la veste di cantante. Alla chitarra Dez Cadena, icona dell'hardcore con i suoi Black Flag, nei Misfits già dal 2001, e alla batteria un giovanotto sconosciuto al posto del titolare Robo, anche lui ex Black Flag, che a quanto pare abbandona la band per problemi di salute. Avendo avuto modo di sentire Robo in un paio di occasioni, mi viene da pensare che questa sostituzione potrebbe avere dei risvolti positivi, e così è.
Il locale è strapieno, umidità tropicale, platea abbastanza varia composta sia da ragazzini che da fan più grandicelli: indubbiamente i Misfits sono ancora in grado di spingere gli ammiratori a farsi anche diverse decine di kilometri per vederli. Only si affaccia dal retropalco diverse volte, e si mette in posa per la gioia degli astanti, in fondo un concerto dei Misfits si è sempre basato sullo spararsi le pose!
Prima dei Misfits suonano un paio di gruppi spalla, che non abbiamo modo di apprezzare grazie all'intasatissimo casello di Roma Est che ci ruba un'oretta della nostra vita. Dopo un cambio palco relativamente rapido le luci si abbassano e parte il tema del cult movie di Carpenter “Halloween”, che accompagna la salita sul palco dei nostri. Da qui in poi è un massacro: il primo pezzo in scaletta è proprio Halloween, sparata quasi al doppio della velocità originale così come tutti i pezzi che seguiranno, per poco più di un'ora di concerto complessiva. Saranno 36 i brani eseguiti alla fine, tutti tiratissimi, con una prima parte del concerto composta dai grandi successi dell'era Danzig (quella dal '77 all'83 per intenderci) e una seconda parte incentrata sui pezzi del periodo Graves (dalla reunion del '95 in poi).
Fortunatamente mancano i pezzi dell'ultimo album in studio, cioé le covers dei classici del rock'n'roll americano che fanno parte di “Project 1950", ma ci sono ben altre chicche disseminate nella scaletta, ovvero due pezzi storici dei Black Flag (Six Pack e Rise Above) che hanno l'effetto di scatenare ancora di più i kids al pogo, tre pezzi inediti che saranno presenti nel prossimo album atteso per l'anno nuovo, e addirittura una gustosa cover di Science Fiction/Double Feature dal Rocky Horror Picture Show, che però individuiamo in pochi a giudicare dalle facce attonite della platea, e dal successivo “FUCK YOU ALL” che ci riserva Only.
Inutile spendere parole sull'abilità tecnica o sugli errori che possono aver compiuto i musicisti: chi scrive fa poca attenzione a questi dettagli, l'essenziale è che i 36 pezzi sfilano via come un'orda di zombie, di quelli moderni però, che corrono. E fanno male.
Nota positiva: il gruppo, nonostante gli anni e la formazione rimaneggiata (ho menzionato il roadie che, con un microfono nascosto dietro una colonna era costretto a fare da corista, e a mettere un cubetto di ghiaccio nel colletto di Only dopo ogni pezzo?), dal vivo tira un sacco come sempre, complice anche l'amore incondizionato dei fan.
Non pensate però di poter salire sul palco e urtare Jerry, non esiterà a smettere di suonare per inseguirvi, anche se siete poco più che bambini!
Nota negativa: centinaia di ragazzini con la maglietta col Crimson Ghost.
Come si fa ad andare ad un concerto con la maglietta della band? Vabbò sono finezze che si acquisiscono con l'età di solito.
La chiusura è affidata come sempre a Die Die My Darling, cantata all'unisono da tutti gli astanti (come quasi tutti i pezzi), e in un bagno di sudore la serata si conclude così, con Jerry che si spara l'ennesima posa strappando una ad una tutte le corde del basso: ma noi li amiamo anche per questo i Misfits, no?


Luca Falcone

Misfits live Bari, 2007

Misfits live Alpheus, Roma 19/09/2010

Helena
Halloween
Saturday Night
American Psycho
Die, Die My Darling
Concerto Misfits
Misfits Live Roma Alpheus 19/09/2010
Concerto Misfits @ Alpheus Rome 19/09/2010


(Articolo tratto dal n. 1 della fanzine "Mutiny! 'Zine”)
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"Mutiny! 'Zine" è la fanzine nata nel settembre 2010 nell'ambito dell'incontro tra l'associazione Mutiny di Luca Falcone, Federico Sabatini, Francesca Di Santo e Crizia Giansalvo, che si occupa di organizzazione concerti e di un cineforum mensile nell'area di Pescara; arrivando in poco più di un mese a presentare in anteprima il nuovo documentario di Julien Temple "Oil City Confidential" e, insieme all'associazione Sulmona Rockers, ad organizzare il concerto dei Vibrators, leggende del punk britannico. Il primo numero, da cui é tratta questa intervista, è uscito il 26 settembre 2010 in forma esclusivamente cartacea. E' in preparazione il secondo numero, che vedrà anche un ampliamento dei collaboratori e quindi delle tematiche musicali trattate. Per info potete trovarci su Facebook Mutiny Fanzine o contattarci all'indirizzo: mutinype@gmail.com"

MOVIES: "I Gatti Persiani" (Bahman Ghobadi, 2010)

Ha dovuto lottare tre anni il regista Bahman Ghobadi per poter realizzare il film "I gatti persiani", arrivato nelle sale cinematografiche italiane nel 2010. Lo dice nel film e lo ripete in tutte le interviste Bahman Ghobadi. Il film è infine uscito, distribuito gratuitamente per le strade in Iran per far conoscere il più possibile la realtà che descrive spesso nascosta anche agli stessi iraniani, e diffuso tramite i canali ufficiali nei paesi occidentali; ha anche vinto il premio speciale della giuria nella sezione “Un certain regard” al Festival di Cannes nel 2009, ma il regista, nel frattempo espatriato, ora non può rientrare nel suo paese perché rischierebbe l'arresto.
Il governo del suo paese, l'Iran, ex Persia, non ha infatti gradito l'uscita del film perché si tratta di una denuncia, una denuncia urlata a suon di musica, delle difficoltà che musicisti e band hanno nel paese di suonare rock e altri generi contemporanei.
In Iran, come spiega il film, ci sono alcune migliaia di band musicali (oltre tremila, specifica il regista in un intervista), ma i ragazzi vengono arrestati e imprigionati per mesi e vengono loro sequestrati gli strumenti se la polizia li scopre mentre provano nelle cantine, sui tetti delle case o in vari altri luoghi improvvisati; inoltre, alle donne è proibito cantare se non in coro e in cori che siano di almeno 2-3 persone. Anche ascoltare rock nei locali pubblici o alle feste è vietato, come ben si vede nel film. Un divieto che tra l'altro non riguarda solo la musica ma tutte le forme di arte underground.
Il governo sa dell'esistenza di tutte queste bands, spiega Bahman Ghobadi, e le perseguita in ogni modo perché le considera una minaccia. La musica, soprattutto la musica indipendente e quella che gira nei circuiti underground è infatti libertà, libertà di espressione innanzitutto, e quindi anche di contestazione, tanto più aspra in quanto si trova a dover reagire a un sistema repressivo come quello di un regime.
«Dobbiamo stare attenti ai testi, se no ci becchiamo tre anni» dice Ashkan (Ashkan Koshanejad), uno dei due protagonisti principali del film, a Negar (Negar Shaghagi), sua amica e cantante del gruppo indie rock di cui si racconta in "I gatti persiani".
Il gruppo sta cercando di partecipare a un festival a Londra e quindi insegue i permessi e le autorizzazioni necessari per registrare, per i passaporti, per i visti per l'espatrio, che inevitabilmente passano attraverso tutto un sottobosco di figure che sul traffico illegale di questi documenti ci vive. Nel loro paese Ashkan e Negar non riescono a suonare la loro musica e vorrebbero farlo all'estero pur continuando a sperare che i loro genitori e gli amici possano vederli in un concerto almeno una volta. Ma non è così facile nemmeno andare all'estero. Proprio come per i gatti persiani, animali che in Iran è proibito fare uscire dal paese.
Tra tutti l'urlo più forte nel film è senza dubbio quello del rapper Hinchkas con il suo rap in persiano sulla vita a Teheran, cantato su immagini drammatiche di povertà e degrado, le stesse che le parole del rap descrivono, montate in forma di videoclip (come anche altre scene del film) e che arriva dritto al cuore e alla mente verso la fine della storia, quando il pubblico è già carico di emozioni.
Di emozioni il film ne dà infatti davvero tante, come ormai succede raramente nelle sofisticate produzioni cinematografiche cui siamo abituati, anche per lo stile in cui è girato, uno stile aggressivo, arrabbiato, underground che difficilmente si trova ormai nei registi occidentali, anche in quelli che passano per essere meno conformisti.
Oltretutto i musicisti rappresentati nel film, dieci band diverse, esistono tutti nella realtà, non ci sono attori, e le storie raccontate, le location rappresentate sono tutte vere. Diventa quindi anche un importante documentario sulla scena musicale underground in Iran di cui non si sa molto, in effetti, proprio perché difficilmente riesce ad emergere. Il gruppo protagonista del film, i Take It Easy Hospital, vive ora a Londra ma Ashkan, il protagonista maschile, ha fatto realmente 21 giorni di prigione per aver suonato in un concerto rock: fa impressione persino dirlo, condannato per concerto rock!
Si sa poco di queste bands, così come della realtà in Iran, e proprio la scarsa conoscenza, il silenzio sulla verità, sono ciò che aiutano quel regime, come tutti i regimi, a continuare la repressione. Nel nostro piccolo possiamo aiutare la verità andando a vedere film coraggiosi come questo, facendone circolare il dvd tra gli amici e divulgando in ogni modo (anche con questa recensione e Music Box) l'informazione che contengono e vogliono trasmettere al mondo.
Mai come in questi casi l'informazione è potere, un po' anche nelle nostre mani, e noi lo vogliamo usare.

Rossana Morriello

Il blog italiano del film
Il trailer

Alcune scene del film
il rap persiano di Hinchkas
Monica Bellucci
ufficio passaporti
interrogatorio
suoniamo anche sul marciapiede

together or alone ...

GARAGE PUNK - LOS SAICOS : Wild Teen Punk from Peru

Sei 45 giri registrati in Peru fra il 1965 e il 66 per entrare nel mito del rock, ma dopo più di 40 anni, perché il fatto di aver agito alla periferia dell’impero è un pegno pesante da pagare, ma adesso sembra essere giunto il momento dei Los Saicos. Il mondo musicale ispanico li ha da tempo riscoperti, non c’è praticamente band garage punk di lingua spagnola che non abbia inserito nel proprio repertorio in questi ultimi anni una loro cover e dopo la raccolta della peruviana Repsycled, il 2010 ha visto uscire dalla spagnola Munster il cofanetto con le ristampe di tutti i loro sei 45 e il cd "Demolicion! The Complete Recordings", edizioni curatissime e imperdibili.
Stimati da Iggy Pop e dai Franz Ferdinand, che durante i loro concerti spesso citano il ritornello di Demolicion, da Lux Interior e Don Letts, dai Sonics e Beck é ormai imminente l’uscita di Saicomania il documentario di Héctor Chavéz loro dedicato (bello il sito www.saicomania.com).
Il 2010 ha visto anche il 10 ottobre il loro primo trionfale concerto europeo al Funtastic Dracula Carnival di Benidorm, con fans giunti sin dall’Asia per assistere alla loro scatenata performance, mentre si annuncia l’uscita di un disco con materiale nuovo ("Viejo y infermo" è il primo titolo annunciato, che testimonia la vena ironica che da sempre caratterizza la loro musica).
Ma perché tanto interesse verso una band dalla vita tanto breve ed effimera?
La risposta sta tutta nella loro musica. E certo se si ascolta per la prima volta un brano come Demoliciòn non si può che fare un salto sulla sedia per lo stupore: ma come, una musica così selvaggia e folle nel '64 e a Lima, prima di Trashmen e Monks?
Allora il punk ha qui le sue pur inconsapevoli radici, Ramones e Damned hanno trovato in Sudamerica i loro genitori putativi? Perché brani come il citato Demoliciòn, Camisa de Fuerza, Fugitivo de Alcatraz, Salvaje, El Entierro de los Gatos hanno alcune caratteristiche tipiche delle canzoni punk: brevità, testi semplici e ribelli (“echemos abajo la estacion del tren demoler, demoler la estacion del tren"), un suono diretto e brutale, grezzo, una struttura musicale semplice che privilegia l’impatto ritmico al virtuosismo del solista, una musica che parla direttamente al corpo e invita a scuotersi e dimenarsi.
Certo l’impatto della loro musica nella Lima della metà degli anni Sessanta fu devastante, ad una musica violenta e scatenata si accompagnavano testi pieni di riferimenti a cimiteri, tombe, criminali, carceri, funerali, tombe, ospedali psichiatrici e anche le canzoni d’amore erano esplicite ai limiti del sarcasmo e della brutalità, il tutto infarcito di urla, ululati, rumori e suoni di sirene.
I loro 45, oggi ricercatissimi sul mercato del collezionismo, uscivano per la piccola etichetta Dis Perù con semplicissime copertine di carta con su scritto solo l’essenziale, non arrivarono mai a incidere un Lp. Il Perù viveva un’epoca di felice libertà, fra il 64 e il 65 Los Saicos raggiungono il loro momento di maggior successo, partecipano ai principali festival nazionali e fanno regolari apparizioni alla Tv nazionale. Poi nel 67, senza un motivo apparente, lo scioglimento e la sparizione, forse per la popolarità calante o per stanchezza o chissà, fino al revival dei giorni nostri.
Altro mistero è quello che circonda il nome, alimentato dagli stessi Saicos che danno ognuno di loro versioni diverse, le più accreditate parlano di una censura subita dal presunto nome originario di Los Sadicos, che i nostri avrebbero trasformato facendo cadere la D, o di un omaggio fonetico al film di Hitchcock con Anthony Perkins, ma anche di una storpiatura della marca di orologi Seiko o di un nome venuto fuori durante una notte passata con certe “pamperitas”. Questi misteri sulla loro storia da loro stessi alimentati testimoniano la loro natura irriverente e culturalmente sovversiva, che ne hanno fatto degli idoli fra i giovani rocchettari peruviani e non solo.
E malgrado nel 2006 una targa di marmo con i loro nomi sia stata apposta in una via di Lima frequentata un tempo dal quartetto e la municipalità li abbia insigniti della Medalla Civica, non per questo i Los Saicos, che nel frattempo sono rimasti in tre (infatti il chitarrista e coautore di tutte le canzoni Rolando Carpio Ochoa è morto di cancro nel 200), si sono fatti imbalsamare fra le vecchie glorie e anzi hanno ripreso in mano gli strumenti, facendosi anche accompagnare da alcuni fra i migliori musicisti della giovane scena peruviana; spesso suonano con loro membri dell’ottimo gruppo metal La Ira de Dios.
Ma quali sono le radici della loro musica? Senz’altro il rock’n’roll e naturalmente Elvis Presley, ma secondo Francisco “Papi” Castrillon, bassista del gruppo, elemento decisivo fu la povertà di mezzi e la necessità di trovare una strada da autodidatti, “è meglio seguire le proprie esperienze e sbagliare che seguire gli altri"; per il chitarrista e cantante Erwin Flores determinante fu la figura di James Dean e degli altri eroi maledetti che i nostri emulavano correndo come pazzi sulle macchine dei genitori e cercando poi di riprodurre in musica quella scarica di adrenalina e di ribellione, ma forse non sono estranei nemmeno quei film horror al limite dello splatter che si producevano nel mercato sudamericano.
Per “Pancho” Guevara, il batterista, la loro musica “ ...nasce dall’ignoranza. La musica bella, pulita non ci interessava, ci interessava quella ruvida, forte", se non è attitudine punk questa?
Ma se Flores quando gli si chiede del loro rapporto col punk ricorda ironico che nel '77 lui suonava salsa, Castrillon, più poetico, dichiara “siamo nonni con i due piedi nelle nostre canzoni e con l’anima che sale verso il cielo”.
A noi non resta che divertirci ascoltando oggi le loro canzoni da quella che più li rappresenta Demoliciòn a Ana, canzone d’amore dal ritmo più lento, ma sempre sul punto di esplodere grazie alla voce roca e implorante di Flores e riflettere su quanti sorprendenti tesori la meravigliosa storia del rock sia ancora in grado di restituirci dagli angoli più diversi del pianeta.

Ignazio Gulotta

Los Saicos - Demoliciòn
Los Saicos – Cementerio
Los Saicos – Ana
Los Saicos – Fugitivo de Alcatraz

Los Saicos – Ana Live 2010 Funtastic Dracula Carnival
Saicomania il trailer

LIVE EVENTS: To Beat Parèj - stones in love pop festival, Torino, 8 dicembre 2010

A Torino si coglie l'occasione data dalla presentazione del libro di Roberto Calabrò "Eighties' Colours", dedicato alla scena neo-garage e psichedelica degli anni '80  (che nella città fu ben rappresentata),  per dare vita a un piccolo evento musicale (in senso concertistico ma non solo) attorno al quale raccogliere sia i gruppi e i musicisti locali che di quella scena furono gli attori sia chi invece ne fu semplice spettatore: ma con anche l'obiettivo di trasportare quell'esperienza nella realtà musicale di oggi e  proporla  a coloro che a quel tempo non potevano esserne partecipi.

La parte non concertistica prende avvio alle 18, presso il Cafe' des Arts, con la presentazione dell'iniziativa, l'inaugurazione della mostra fotografica “ROCK SHOTS 3” di Mauro Maffei e la performance letteraria del poeta beat Gianni Milano. Alle 19, alla presenza dell'autore e di vari musicisti provenienti dalla scena musicale torinese e nazionale, viene quindi presentato "Eighties' Colours".

Alle 22 invece, al Lapsus, preceduto e seguito da dj-set in tema,  il concerto vero e proprio, articolato nelle esibizioni di No Strange e Sick Rose, in un breve set dei Party Kidz e nella jam-session finale alla presenza di ospiti torinesi e non, tra i quali Tony Face e Lilith dei Not Moving.

Una parte del ricavato verrà devoluto al sostegno del FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA - Coordinamento Piemontese.


Claudio Decastelli

su FacebookTo Beat Parèj 
su MusicBox: "Eighties Colours" di Franco Lys Dimauro

venerdì 3 dicembre 2010

LIVE EVENTS:ROAD TO RUINS 11 Ed. - Roma dal 07 al 12 -12-2010

Torna l'appuntamento romano piu' selvaggio dell'anno.
Tra un aperitivo e l'altro potrete gustare le migliori band nostrane e internazionali.
For punkers only!

Questo il programma:




Martedi 7 Dicembre-Ko Club
proiezione di Mamma Dammi La Benza
Incontro con Federico Guglielmi (Mucchio Magazine), Luxfero e varia umanità punk fine anni ’70! + DJ set a cura del ‘Road to Ruins Contingent’



Giovedi 9 Dicembre-Mads
I Primati-The Callaghans Experience-Silver Cocks-Steaknives


Venerdi 10 Dicembre-Ko Club
Luxfero-Texas Terri-Transex


Sabato 11 Dicembre-Mads
Gli Illuminati


Domenica 12 Dicembre- Ko Club
Fiera del disco da collezione.
Dall'alba fino a notte inoltrata vinile a go-go.





STEAKNIVES official video

SILVER COCKS live

TRANSEX

GLI ILLUMINATI

TEXAS TERRI

TEXAS TERRI

ULAN BATOR - Nouvel Air (2003, Alternative/Venus)

Una vera rivoluzione estetica "Nouvel Air" rappresentò nella musica della band italo- francese Ulan Bator e mai titolo fu più appropriato per esprimere i propri intendimenti di rinnovamento artistico.
Avete presente quel capolavoro post-rock di minimalismo sperimentale, meravigliosamente altalenante tra sussurri carichi di tensione ed esplosioni di noise tagliente che fu "Ego:Echo" uscito nel 2.000 e prodotto da Michael Gira? Scordatevelo: lo stesso leader Amaury Cambuzat ci tenne a sottolineare marcatamente: "Nouvel Air rappresenta per me un cambiamento sia per la vita del gruppo che nella mia vita privata". Aria nuova si respira a pieni polmoni in queste canzoni...canzoni, sì avete capito bene perché per la prima volta Amaury Cambuzat si accosta in Nouvel Air compiutamente e sistematicamente a questa forma compositiva e la sua ispirazione (é autore di tutte le musiche e dei testi profondamente esistenzialisti dell'album) rivela una sbalorditiva maturità nel concepire melodie suadenti, morbose, avvolgenti, contemplative.
Tutte le songs, senza alcuna eccezione, seguono il filone di un pop psichedelico dalle fattezze cromatiche estremamente espanse nelle quali la voce sussurrata di Amaury si confonde fascinosamente: molto evocativa la lingua francese se calata in certi contesti sonori.
Questo lavoro di Ulan Bator delinea un'ipotesi affascinante di Musica Pop-Avant Rock
(sono parole di Cambuzat) franco-italiana, ma senza frontiere! Già l'iniziale rarefatta Airlines, forse l'episodio più coinvolgente della raccolta introduce in un 'mood' estatico e mantrico che rapisce i sensi; esso si dipanerà sino alla fine del lavoro attraverso Merci X Faveur, Solide Eté, Atmosphere, Sympathie, Nouvel Air, tutti brani estremamente significativi della nuova direzione 'morbida' degli Ulan Bator.
Più morbose le atmosfere di Terrorisme Erotique, Geisha Paname, Prédications, nelle quali serpeggia più distintamente quella vena sotterranea ed oscura che aveva caratterizzato "Ego:Echo" ed i lavori precedenti degli Ulan Bator.
In tutti i brani ad ogni modo é presente un grande ricchezza strumentale, a base di chitarre trattate: a questo proposito é da segnalare l'ingresso nella band di Egle Sommacal (Massimo Volume) che fa un lavoro davvero egregio oltre che alle corde anche ai keyboards, i violini di Massimo Gattel, i fiati di Mario Simeoni (Anatrofobia) e di Silvia Grosso (Larsen); ennesima 'nouvel air' al basso Manuel Fabbro (Oslo) che rimpiazza il fidato Oliver Manchion; alla batteria invece ritroviamo Matteo Dainese.
Tutto ciò sotto la direzione 'spirituale' di Robin Guthrie (Cocteau Twins) che ha mixato il tutto espressamente chiamato da Amaury: Cambuzat non nasconde la sua ammirazione per le produzioni/registrazioni precedenti dell'inglese. Guthrie, che ha usato molti effetti in fase di mixaggio ha indubbiamente impresso nel sound di "Nouvel Air" la sua profonda impronta 'aerea' e sottilmente dark! Ulan Bator, una band all'epoca dell'uscita di Nouvel Air sempre più italiana(per la copertina furono dipinti di Andy dei Bluevertigo/il disco é stato registrato allo studio Mezzanima di Arcore) ma francese al 100 % 100 perché guidata con mano salda e sempre più carismatica da Amaury Cambuzat.

Pasquale Boffoli

Terrorisme Erotique

ERIC CLAPTON: 461 Ocean Boulevard (1974, Polygram)

Si doveva proprio stare bene sul Viale Oceanico 461 di Miami, a giudicare dall’aria distesa con cui Eric Clapton ci guarda dalla bella foto in copertina, un leggero controluce che evoca rilassatezza e tranquillità. Lasciatasi alle spalle la dipendenza dall’eroina, nel cui gorgo il Nostro era caduto anche per le vicissitudini sentimentali legate alla figura di Pattie Boyd, moglie dell’amico George Harrison e poi dello stesso Clapton, il chitarrista dà alle stampe un album piacevole, forse anche sopravvalutato, proprio perché segna un insperato ritorno in buona forma del Nostro, dopo anni bui in cui era dato se non per perso, almeno per disperso.
Tecnicamente Clapton indugia nell’uso dello slide, sia all’elettrica che all’acustica. Forse gli mancava musicalmente Duane Allman, suo compagno di avventure nei Derek And The Dominoes (è’ un classico: quando ti manca una persona tendi a imitarla).
Il disco ebbe un buon successo grazie soprattutto alla cover di I Shot The Sheriff di Bob Marley. Il ritmo in levare del reggae portò fortuna a Clapton e a moltissimi altri che in quegli anni cominciarono a piazzare almeno un brano reggae in ogni loro disco. Dagli Stones a Dylan nessuno se lo è fatto mancare (vogliamo poi parlare anche dei Police?).
Il brano è introdotto, perché suona proprio come un’introduzione, da Get Ready. Chissà all’epoca che effetto fece sentire il re del blues bianco approcciare quelle sonorità. Belle le chitarre acustiche in Please Be With Me e di rilievo la coda finale di Let It Grow (eccelsa ed emozionante si permette di aggiungere Wally, una di quelle cose che ti marchiano a vita!), con quel giro di tre misure avvolgente: sono quelle piccole (piccole?) finezze musicali che rendono memorabile l’ascolto; oggi se ne sentono gran poche.
Buon lavoro, ma non imprescindibile. Diverso il discorso per “Slowhand", che arriverà qualche anno dopo. Ma quella è già un’altra storia.
Motherless Children
I Can't Hold Out


Clapton 'Indiscrezioni': il salotto buono di Ruben

Per sua stessa ammissione, Eric Clapton è un pigro. Perché tiri fuori le palle, deve avere dietro un gruppo che lo prenda 'a calci in culo' come si deve. Allora ce n'è per pochi.
Se volete sentire come suona realmente, lasciate perdere i suoi dischi solisti - a parte "Slowhand" e "461 Ocean Boulevard" e recuperate il doppio cd "DEREK AND THE DOMINOS - LIVE AT THE FILLMORE (Fillmore East 1970, Polydor,1994)". Lì si sente COME suona. Tra le altre doti, ha una capacità non comune negli assolo di suonare ‘sul tempo’. Anni fa si trovò ad essere accompagnato da un'orchestra - la performance venne catturata nel live "24 Nights" - e raccontò di essersi trovato non poco a disagio all'inizio, perché gli archi ‘attaccano’ un po' in ritardo rispetto al tempo.
Santana invece, per citarne uno, è un mago nell’approccio meno puntuale sul beat: tra ‘anticipi’ e ‘ritardi’, quando fa un assolo letteralmente fluttua all'interno del tempo del brano. By the way, narrano le cronache che un giorno Santana volesse convertire Clapton alle sue pratiche spiritual-religiose e il buon Eric gli abbia risposto: "Pregherò insieme a te, se tu ti ubriacherai con me". Non so come sia andata a finire, ma dubito che il serissimo Carlos abbia accettato.
Clapton ha scritto poche canzoni davvero memorabili. Ma quelle belle sono veramente belle.

Derek & the Dominos Live Crossroads
Derek & the Dominos Live - Have You Ever Loved a Woman
Derek & the Dominos live - Presence of the Lord

SHORT REVIEWS - SVETLANAS : Svetlanas (2010, Vampata Records)

Soviet Punk since 1977
Sulle note dell'Internazionale Comunista si apre questo cd: storia di queste quattro spie russe, ibernate negli Stati Uniti dal KGB in seguito a una missione finita male, riportate in patria e risvegliate oggi in una madre Russia che non riconoscono piu'.
Il tempo di una breve telefonata, e ti arriva il calcio in bocca di Soviet Assassin, punk rock furioso e potente.
Nemmeno il tempo di controllare se i denti ci sono tutti e ti arriva la mazzata in mezzo agli occhi di Kgb Is Dead (capolavoro).
Gli Svetlanas vi smonterannno pezzo per pezzo con un punk rock settantasettino figlio di un Darby Crash che prende a calci un Iggy Pop furioso.
Se poi diciamo che è stato registrato dal quel vecchio furbacchione di Mass Giorgini (Squirtgun) e che ci sono collaborazioni del calibro di Phil Hill (Teen Idols) vi basta?
I quattro mangia bambini (lo ribadiscono sull'ultimo pezzo We Eat Children), in attesa di essere visti in azione in qualche sudicio e fumoso locale della capitale, ci fanno capire senza mezze misure che il punk rock è uno solo.
QUESTO!!!

Marco Colasanti

My spaceSvetlanas
KGBIsDead

LIVE REPORT - Din (A) Tod – (To Be Or, Civitanova Marche, 01/12/2001)

Arrivo a Civitanova Marche dopo un viaggio di 500 km in mezzo ad una bufera di neve che mi fa pensare che la mia recente voglia di ritorno a certe sonorità New Wave anni ’80 deve essere proprio forte.
Alle 22.30 sono al al To Be Or, che si rivela poco più grande di un bar, per il concerto dei Din [A] Tod, gruppo Berlinese di stampo Electro-Industrial. In effetti, la Germania è da anni terra fertile per questo genere musicale che ora anche in Italia sta trovando un certo interesse.
Il duo, formato da Sven Clausen e Claudia Fasold, reduce dalla pubblicazione lo scorso anno del loro secondo lavoro "Westwerk" , termina il sound-check mentre il locale, nel frattempo, si è animato ed alle 23.20 è pronto ad iniziare.
Primi pezzi subito all’insegna del ritmo da dance hall di genere con la title-track dell’ultimo disco seguita da Creation Crucifixion dal contraddittorio testo fatto di estremismi. Sin da subito, si ergono potenti i rimandi anni ’80 di chitarra e batteria ai Joy Division e Clan Of XYMox.
Seguono due inediti che ci fanno capire che la nuova direzione del gruppo è un ritorno alle sonorità più elettroniche del disco d’esordio "The Sound of Crash". L’impianto sonoro non è dei migliori ma, tra la ridotta dimensione del locale e l’attitudine della band, la cosa sembra passare in secondo piano.
Si prosegue tra l’apprezzamento generale con Glory in the Highest ed altri brani tra cui la stupenda Margarita per un totale di circa 50 minuti di set.
Certo, se ripenso al viaggio, mi è sembrato davvero pochino ma resto convinto, anche da così poco tempo, che questa sia ad oggi una delle poche band di genere che pur strizzando l’occhio al dancefloor sa trasmettere, grazie anche al contrasto delle voci di Sven e Claudia, la sensazione di disagio di questa nostra epoca meglio di altri gruppi più attenti ad aumentare i BPM .
I Din [A] Tod saranno in Italia per altre due date, il 3 a Bologna ed il 4 a Napoli.
Se siete in zona, consiglio un salto, magari sperando in un set più lungo.

Ubaldo Tarantino
Foto di Ubaldo Tarantino


MySpaceDinATod
DinATod

giovedì 2 dicembre 2010

ITALIAN ROCK CONNECTION - THE TRIP: intervista al batterista Pino Sinnone

Salvatore D'Urso: "Quando si parla del gruppo THE TRIP, subito corrono alla mente le immagini degli anni tra l'epoca beat e quella del rock d'avanguardia (o progressivo)...
sappiamo che nacquero come scoperta del compianto Riki Maiocchi (in Inghilterra) e che presto si trasferirono in Italia come attrazione dei migliori locali del periodo, come il Piper di Roma, ma che impressione hai ancora di quell'epoca e qual'era l'atmosfera che si respirava quando iniziaste ad avere i primi successi?"

Pino Sinnone: "Sì, non ricordo bene l'anno, ma quando i Trip sono approdati in italia, subito si sono imposti con la loro grinta e musicalità d'oltre Manica. In quell'epoca dominava il beat, infatti personalmente andavo molto a sentire diversi gruppi italiani, mentre buona parte del pubblico si orientava verso gruppi stranieri snobbando la musica di casa nostra.
Io ascoltavo molto Celentano con i Ribelli, gli stessi Camaleonti di Riki Maiocchi, l'Equipe 84, I Ragazzi del sole etc ... gruppi italiani.
Per quanto riguarda invece gruppi stranieri ascoltavo molto Elvis Presley, Rolling Stones, Vanilla Fudge, Pink Floyd, Beatles ... la gente iniziava ad assaporare soprattutto gruppi appena approdati in italia tipo The Sorrows, The Rokes, Paul Bradley Colling (Mal dei Primitives) ed I Trip! Con i Trip abbiamo suonato prevalentemente nelle piazze di Torino e della Liguria. Il primo grande successo live lo ottenemmo al Piper di Roma dove il pubblico snobbava molto i gruppi che si esibivano quasi ignorandoli, ma quando Alberigo Crocetta (talent scout) scopritore appunto di Mal, Patty Pravo, Mia Martini ci permise di dare una audizione, la gente fu colpita dal nostro 'sound' e dal nostro tipico abbigliamento! Vista l'approvazione del pubblico, ci portarono immediatamente alla RCA per incidere il primo disco che fu "Bolero Blues"!"


Ok, infatti pare che RIKI MAIOCCHI scoprì i TRIP in Inghilterra ... l'anno era il 1966, perchè subito dopo quella edizione del Cantagiro, Maiocchi abbandonò i Camaleonti ed intraprese la sua carriera da solista, purtroppo durata non moltissimo: salutiamo il grande Riki che ci ha lasciato un ricordo indelebile.
Cosa sai dirmi, invece, dei TRIP ai loro esordi? So che nella prima formazione suonava addirittura Ritchie Blackmore (poi nei Deep Purple): in che modo avvenne l'incontro con te e con Joe Vescovi ?

Suonavo con un gruppo "beat" di Torino: LE TESTE DURE, con alla chitarra BRUNO AVANZATO,al basso FULVIO TARABRA, all'organo TOMAS GAGLIARDONE, alla voce,un certo TOM (di cui non ricordo il cognome) e alla batteria il sottoscritto: componenti molto bravi e molto simpatici (Tomas Gagliardone l'organista andò poi a suonare con L'equipe 84). Ci esibivamo nei migliori locali di Torino, avevamo un buon seguito di fan: molto spesso alla fine dei concerti ci si incontrava con altri gruppi che nello stesso periodo suonavano a Torino, tra cui i New Dada, Fausto Leali,The Trip, Pier Filippi (con il quale suonava Roby Facchinetti prima dei Pooh) etc.
I Trip suonavano molte volte al Crazy club, con le Teste Dure andavamo ad ascoltarli, mi sembravano irraggiungibili, ottimo sound!
Blackmore aveva lasciato da pochissimo tempo i Trip,incontrandosi in Germania con John Lord per costituire in seguito i famosi Deep Purple.
Ricordo però che, con la formazione a tre, quasi nessun locale dava a loro lavoro ... cosi un giorno il proprietario del Crazy di Torino fece conoscere Joe Vescovi ai Trip, che subito fecero una ottima fusione nella formazione a quattro. Noi delle Teste Dure diventammo assidui fan dei Trip e in seguito anche molto amici, ci si rispettava molto.
Nella estate del 1967 con le Teste Dure stavamo facendo le prove al Flamingo di Laigueglia e fui avvicinato da Billy Gray il quale iniziò a complimentarsi per come usavo la cassa della batteria. Quei complimenti mi diedero stupore e meraviglia e mi chiedevo perchè proprio a me erano rivolti. Col senno del poi ne capii il motivo: loro mi osservavano a distanza, forse perchè con il batterista Jan Broad (primissimo batterista dei Trip) erano iniziati dei disaccordi.


Quando avete iniziato a prendere contatti con la RCA per i vostri primi dischi e quando vi hanno proposto l'idea di girare un intero film?
Un bel giorno decidemmo di affrontare un viaggio in furgone, pur con molti sacrifici e mangiando per strada solo scatolette di fagioli. Quando arrivammo finalmente a Roma, nel 1968, ci recammo immediatamente al famoso Piper Club, meta di moltissimi artisti, per chiedere una audience ad Alberigo Crocetta.
Dopo svariate insistenze da parte nostra, lui ci diede la possibilità di esibirci e fu così che, durante la prima nostra esibizione, il proprietario del Piper rimase entusiasta del nostro sound, si accorse di avere tra le mani un gruppo interessante e così ci portò immediatamente alla RCA per un contratto discografico.
Crocetta si raccomandò con noi di dire, a chiunque ce lo avesse chiesto, che eravamo un gruppo interamente inglese. Ma come si sa il gruppo originario inglese si era già perso per strada, con Ritchie Blackmore ed Jan Broad.
Posso svelare un piccolo aneddoto: io ero l'unico a non parlare lingue straniere, per mia sfortuna; quando un giorno, camminando per gli uffici della RCA, un fonico mi avvicinò parlandomi in inglese e gli risposi così: "Cosa hai detto, scusa?".
In un baleno circolò la voce per tutta la casa discografica che non eravamo inglesi (a quel tempo gli inglesi andavamo molto di moda) e Crocetta fece una fatica enorme a convincere i grandi capi della RCA che io ero l'unico italiano, ma infine si convinsero e iniziammo così la prima registrazione. Nell'ambiente romano iniziammo a riscuotere molto successo, sia come musicisti che come personaggi, anche perchè vestivamo in modo molto strano per quei tempi
Un giorno Crocetta ricevette la proposta da una casa cinematografica (non ricordo il nome) per una serie di film musicali. Il regista era Giulio Paradisi, ex aiuto-regista di Fellini. Crocetta prese la palla al balzo e ci propose come gruppo protagonista, ma senza alcun guadagno da parte nostra. Joe Vescovi, essendo il capo del gruppo, avanzò la richiesta di avere perlomeno un minimo compenso, ma la casa cinematografica rifiutò e dopo un solo film interruppe la serie. I film previsti dovevano essere una decina!



In ogni caso il film "TERZO CANALE, avventura a Montecarlo" uscì nelle sale nel 1970 e mi pare che per voi fu un bell'inizio, soprattutto per la partecipazione al famoso festival di Caracalla (soprannominato la Woodstock d'Italia). Dei dischi seguenti, soprattutto dei primi 2 album in cui hai suonato tu, cosa pensi tuttora? Hai delle preferenze per qualche brano in particolare?
Infatti Giulio Paradisi, il regista del nostro film, approfittò del festival di Caracalla per girare le scene finali, in una atmosfera cosi entusiasmante come non l'avevamo mai vissuta: proprio una Woodstock italiana! Il progetto prevedeva che avremmo dovuto girare altri 9 film sullo stesso filone ma, per motivi economici da parte della casa cinematografica tutto si fermò.
Parlando invece dei dischi incisi per la RCA: al primo album ho partecipato con lo spirito di un'avventura, probabilmente soltanto Joe aveva già bene nella testa degli obiettivi, per cui lui diceva sempre che si ispirava ai quadri di Bosch.
Persino i giornalisti di allora la definirono "musica impressionistica": questo nel1970, poi circa un anno dopo arrivò "Caronte", album di cui molti brani furono composti da Joe in una villa a Cisano sul Neva (Albenga: era completamente ispirato e di notte,invece di dormire, sognava Janis Joplin o Jimi Hendrix: due fratelli americani che avevano avuto qualche scontro con la polizia (purtroppo scomparvero poco dopo, come sappiamo).
Sui brani dei Trip non ho preferenze in particolare, mi piacciono tutti i pezzi, ma forse essendo il padre del testo in italiano, ricordo molto più volentieri Una pietra colorata e Fantasia: entrambi ottennero un buon successo anche nella versione a 45 giri.
Salvatore D'Urso
Una Pietra Colorata (1970)
The Trip - Fantasia (1970)
The Trip- Two Brothers (1971)
The Trip- L'ultima Ora e Ode a J.Hendrix

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