sabato 11 dicembre 2010

CONTRIBUTI - We’re The Cult Band: THE FLAMIN' GROOVIES History (prima parte: 1965 - 1972)

Il nucleo originario di The Flamin’ Groovies prende le mosse dal totale ed incondizionato amore per la British Invasion di Roy Loney (voce), Tim Lynch (chitarra), Cyril Jordan (chitarra), George Alexander (basso) e Ron Greco (batteria), successivamente al basso nei misconosciuti e frettolosamente dimenticati Crime di "San Francisco’s Dooomed" e Hot Wire My Heart.
Nella San Francisco del 1965 i cinque giovani, non ancora Flamin’, lavorano al loro mix di Mersey Beat e Rock ’n’ Roll, proprio nel momento in cui queste sonorità stanno per essere ‘accantonate’ dalla maggior parte dei musicisti. Specie nella Bay Area che, nei secondi sessanta, si pone come inesauribile fucina di sperimentazioni psichedeliche portate al successo di massa da Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service e Jefferson Airplane.
L’approccio retrò, ribadito anche dal look della band (ribattezzatasi Lost And Found dopo un breve periodo come Chosen Few), la accomuna ad altre formazioni coeve come Beau Brummels, Lovin’ Spoonful e The Charlatans, ma il combo accantona le proprie speranze alla fine dell’estate del 1966, a causa del poco interesse suscitato nel pubblico e negli addetti ai lavori.
Tuttavia con l’inizio dell’anno successivo tutto il gruppo, con la sola eccezione di Greco, si riunisce arruolando Danny Mihm alla batteria, proveniente dalla band Group B. La direzione musicale non cambia di una virgola e si colloca di conseguenza agli antipodi rispetto alle lunghe suites della Summer Of Love tanto in voga nel periodo.

Sneakers
All’inizio del 1968 i Flamin’ Groovies danno alle stampe il primo mini-Lp, autoprodotto, “Sneakers” (Snazz, 1968).
Il 10” è composto da sette canzoni, sei delle quali recano la firma di Roy Loney: sugli scudi anzi tutto Golden Clouds, I’m Drowning e Spider, unica cover il traditional riarrangiato Prelude In A Flat Afternoon In A Pud.
Sneakers presenta tutte le caratteristiche che i Groovies avranno modo di mettere a fuoco nel proseguo della loro carriera. Di stampo british, le melodie vocali (Move, High Numbers, Beatles) e l’approccio al Blues elettrico (Bluebreakers, Fleetwood Mac con Peter Green, Graham Bond Organisation), che però progressivamente si inseriscono in un background più americano fatto di Country, Boogie, Doo woop, Swing e Rock ‘n’ Roll.
La registrazione economica ma efficace, si colloca come esaltazione del Rock ‘n’ Roll suonato in diretta. A farla da padrone sono soprattutto i notevoli intrecci delle chitarre di Linch e Jordan. L’elemento ‘live in studio’ rimarrà sempre un must per il groove enfatico dei nostri; un marchio di fabbrica che permetterà loro di competere con altre grandi compagini, giunte alla notorietà per via dell’indiscussa grandezza nella dimensione live. Nonostante venga agitato come vessillo e sacra reliquia dallo zoccolo duro dei fans, soprattutto del vecchio continente, questo mini album rivela che le capacità di songwriting (del solo Loney in questo caso) sono ancora da affinare, e le prove successive avrebbero sancito un netto salto di qualità da questo punto di vista.
Sneakers se non altro ha il merito di avviare la band verso un’attività live più continua (da menzionare gli opening acts per Cream, Blue Cheer, Steppenwolf, Quicksilver Messenger Service, Big Brother And The Holding Company e Jefferson Airplane), e di procurarle l’ambito contratto discografico con una major, grazie al quale sarà possibile debuttare sulla lunga distanza con “Supersnazz” (Epic 1969).

Supersnazz
Tutt’altro che scevro di difetti e piccole cadute, l’esordio dei Groovies è ben prodotto ed impeccabilmente suonato, da una band che tuttavia non ha ancora raggiunto l’apice di tecnica e feeling che caratterizzeranno il periodo di New York con gli album per la Kama Sutra Records. Il 12” richiama atmosfere positive da high school party, commercialmente però manca il segno, dal momento che le uscite contemporanee si avviano sempre di più verso un rock politicizzato oppure molto dilatato.
Scampoli dell’ultimo psychedelic trip nelle ballate acide Apart From That e Brushfire ma, per il resto della scaletta a prendere il sopravvento è la possente vena Country, screziato Vaudeville (Bam Balam, Pagan Rachel), senza dimenticare veloci incursioni nel Rock ‘n’ Roll (Love Have Mercy, The Girl Can’t Help It, Pistol Packin’ Mama) che mettono sotto i riflettori il sapiente intreccio chitarristico. Oltre agli originali, del solo Loney o dello stesso in coppia con Jordan, "Supersnazz" presenta le cover Rockin' Pneumonia And The Boogie Woogie Flu di Huey Piano Smith; The Girl Can’t Help It di Little Richard e Somethin’ Else di Eddie Cochran in medley con Pistol Packin’ Mama così come la proponeva Gene Vincent (questo tiratissimo medley sarà più avanti preso in prestito dai glammers Slade, in una versione molto …flamin’).
Il flop commerciale dovuto al genere musicale retrò ed al look dei nostri, non propriamente baciati dal sex appeal, è suggellato dall’ orrenda copertina in stile cartone animato.
Purtroppo, l’idiosincrasia nel comprendere ed assecondare gli hype del momento si è manifestata ciclicamente, in epoche diverse, affossando ogni possibilità per la band di Frisco di giungere al vero successo.
Anzi essa stessa è diventata tratto distintivo dell’attitudine e dell’arte dei nostri, e probabilmente è proprio questa sorta di nuvoletta fantozziana che ha fatto in modo che i Flamin’ Groovies diventassero un gruppo di culto, o meglio il gruppo di culto per antonomasia.
Il periodo sotto l’egida della Epic dura lo spazio di un album, e a pochi mesi dall’uscita di Supersnazz, i Groovies nuovamente senza contratto si concentrano nell’attività live. Il tour del ’69 negli States tocca città come Cleveland, Philadelphia e Cincinnati, dove per la prima volta i Flamin’ Groovies dividono il palco con The Stooges. L’incontro con la band di Iggy Pop e dei fratelli Asheton, e con i ‘terribili 5 dalla Motor City’, lascia letteralmente esterrefatti Roy Loney e soci, che non smetteranno mai di sottolineare quanto la frequentazione con i membri delle due compagini di Detroit, abbia rappresentato per loro una vera e propria ventata innovativa, lasciando un segno indelebile per quanto concerne l’approccio al Rock ’n’ Roll più crudo.
La band cerca di ottenere più spazio nella scena cittadina, nel momento in cui questa primeggia anche sul panorama nazionale, e cerca di rilanciarsi, imbarcandosi nell’impresa della gestione del mitico locale Fillmore West di San Francisco. Questa esperienza si rivelerà un totale fallimento (gruppi più aguzzini degli stessi managers i quali, quando non si fanno fregare, scappano con l’intero incasso, con buona pace del Flower Power).
Loney, Jordan e soci, con grande disillusione e le tasche vuote, decidono che per il momento, ne hanno avuto abbastanza dell’amata California, quindi salutano il Golden Gate Bridge alla volta di New York.
Il trasferimento ha un impatto felice sui Flamin’ Groovies, che riescono ad ammodernare il loro sound e risolvere il problema della mancanza di un contratto discografico.
E’ l’etichetta indipendente Kama Sutra ad assicurarsi le prestazioni dei nostri per un biennio. Lasso di tempo durante il quale, daranno alle stampe i due Lp davvero essenziali ed imprescindibili della prima era dei Groovies, “Flamingo” e “Teenage Head”. Questi due capolavori aggiornano le prospettive della band facendo pendere la bilancia verso il Detroit sound, e lasciando alle spalle le armonie dei conterranei Lovin’ Spoonful e Beau Brummels.

Flamingo
“Flamingo (Kama Sutra 1970)”, suonato in California ma mixato nella Grande Mela, segna un notevole passo avanti rispetto a Supersnazz. Pur senza snaturarsi, la band ha preso coscienza delle ingenuità che hanno condannato l’esordio.
Le coordinate musicali sono quelle di un Rock ‘n’ Roll (che ‘morde’ di più rispetto al passato), contaminato dalle roots Blues e Country, ma la qualità del songwriting mostra un’impennata rispetto all’esordio. Anche la produzione risulta molto più a fuoco. Obiettivo primario dei Groovies in fase di registrazione, è quello di catturare la ‘migliore diretta possibile’, e questa sarà una caratteristica costante della loro attività in studio.
Per la prima volta con questo Lp si può affermare che l’obiettivo sia stato raggiunto. Tema centrale dell’opera è il Rock ‘n’ Roll, trascinante e suonato a rotta di collo: Gonna Rock Tonite, Headin’ For The Texas Border, Second Cousin (probabilmente la perla del lotto) e Keep A-Knockin’ (l’unica cover).
Il ritmo indiavolato offre una breve tregua in entrambi i lati, nel primo il Doo Wop cadenzato di Sweet Roll Me On Down, nel secondo la ballata lisergica, questa volta molto suggestiva, She’s Falling Apart, che consente di prendere per un attimo il respiro prima di gettarsi nuovamente a tutta velocità nelle montagne russe di Road House. La ristampa su cd del 1999, Buddah Records, aggiunge 6 bonus alle tradizionali 10 tracce del 33 giri. Si tratta di 2 pezzi autografi e 4 cover versions di grandi classici del Rock ‘n’ Roll, sparati al massimo e con il buon nerbo che caratterizza queste studio sessions e che attraversa l’album dall’inizio alla fine.
Tra queste, a mio avviso meritano la menzione la fedele riproposizione di Somethin’ Else di Eddie Cochran e Rumble di Link Wray.
I Groovies cercano di promuovere l’album anche nella East Coast organizzando il release party di Flamingo presso il Fillmore East di N.Y., ma la stampa non sembra particolarmente impressionata.
La band di conseguenza, attraversa nuovamente gli States da est a ovest, per prendere parte all’estremo saluto (ma sarà solo la prima di innumerevoli ‘chiusure’) al locale che era stato anche il loro quartier generale. L’epopea del Fillmore West si chiude con un’esplosiva serata che mette in fila Iggy And The Stooges, MC5, The Flamin’ Groovies e Alice Cooper. Sono in molti a ritenere che la pietra tombale del fenomeno Hippie, sia stata posta quella sera di novembre invece che nella tre giorni di Woodstock.


Teenage Head
Il 1971 vede l’uscita, ad Agosto, di “Teenage Head", sempre su Kama Sutra Records. Album concordemente riconosciuto come quello della maturità artistica; probabilmente perché il materiale autografo è tra i migliori mai realizzati dalla band e le covers non sono determinanti come in passato, in quanto a numero (2 su 9) e resa delle stesse.
I Flamin’ cercano di ampliare lo spettro delle loro sonorità, irrobustendo il groove e sposando la strada appena tracciata dagli Stones di "Let it Bleed" e "Sticky Fingers". Il tributo a Richards e Jagger (che dichiarò di apprezzare molto il blues rock dei Groovies), si evidenzia soprattutto nella prima facciata dell’Lp (High Flyin' Baby, City Lights, Yesterday Numbers).
La band vira verso il Blues di Chicago, di John Lee Hooker e Robert Johnson del quale riprendono un’ossequiosa 32-20 proposto ora con tonalità scure e distorte, la titletrack, Doctor Boogie, nelle quali risuona rocciosa la Dan Armstrong trasparente che fa bella mostra di sé in copertina imbracciata da Jordan; ora con chiari riverberi squillanti e naturali, vedi il quasi Rockabilly Evil Hearted Ada; il Folk di Whiskey Woman, dylanesco ma sempre via-Stones; oppure la travolgente Have You seen My Baby dal repertorio di Randy Newman. La ristampa in cd, nuovamente su Buddah Records, 1999, rimpolpa la scaletta con ben 7 bonus tracks. Sono però tutte cover che, se da un lato ribadiscono la perizia dei nostri nel destreggiarsi tra i classici del Rock ‘n’ Roll come Carol o That’ll Be The Day, dall’altro sconvolgono il rapporto cover-materiale originale, ma questo è il classico dilemma tra quantità e qualità.
Nonostante il buon livello compositivo, di produzione, e le buone recensioni, che accostano Flamingo e Teenage Head agli “ultimi” Stones ed agli Mc5, anche questa coppia di Lp delude ampiamente le aspettative commerciali.
Infatti vendite che ai giorni nostri garantirebbero dischi d’oro e fama perpetua, poche decine di migliaia di copie, agli albori dei seventies rappresentavano un inequivocabile fallimento.

Il 6 giugno 1971 i Groovies tornano al Fillmore West (stessa città S.F., diversa collocazione) per l’ultimo concerto con Roy Loney: in formazione anche James Farrell alla chitarra al posto di Tim Lynch (avvicendamento in seguito confermato). La performance prevede l’inserimento di nuovo materiale in scaletta, a cominciare dalla song di apertura Slow Death, che dovrebbe anche dare il titolo al long playing post Teenage head. Questo spettacolo verrà licenziato una prima volta, dalla Lolita And Eva come "Slow Death Live In Europe", e successivamente come "The Flamin’ Groovies – Bucketfull Of Brains", dalla benemerita Voxx.
La line up originaria infatti, non regge lo shock del doppio flop discografico. Loney e Lynch sono sostituiti da Chris Wilson e James Farrell, provenienti dai Loose Gravel, rispettivamente alla voce ed alla chitarra.
Sfiduciati dal pubblico di casa, i Groovies iniziano a godere di un successo di culto sempre più solido in Europa, in particolare in Francia, Germania ed Inghilterra. Qui hanno modo di pianificare (siamo agli inizi del 1972) la registrazione dell’lp “Slow Death” che però non vedrà mai la luce.
Le session gallesi con Dave Edmunds in consolle verranno pubblicate in varie bootleg versions, e solo successivamente in modo più ufficiale, con il titolo "The Rockfield Sessions". Ma questo è l’incipit di un’altra storia che, se da un lato non può non essere legata agli avvenimenti fin qui elencati, d’altro canto ne prende le distanze, come se si trattasse di una nuova vita, una nuova pianta che nasce dallo stesso humus.

Filippo Ricci
From SNEAKERS
Flamin' Groovies - Golden Clouds
Flamin' Groovies - I'm Drowning
 

From SUPERSNAZZ
Flamin' Groovies - The Girl Can't Help It
Flamin' Groovies - Bam Balam
Flamin' Groovies - Brushfire

From FLAMINGO
Flamin' Groovies - Heading For the Texas Border

From TEENAGE HEAD
Teenage Head
Flamin' Groovies - Yesterday's Numbers
Slow Death

Married Woman

Fonti bibliografiche in rete:
Wikipedia
Tabspedia
Piero Scaruffi
Rockabilly
Psychotronic

ITALIAN ROCK CONNECTION - LE ORME: “Ad Gloriam” (CAR JB / Black Widow, 2010)

Ci sono album storici che nel tempo sono diventati oggetti di culto, sia per la loro importanza artistica, che per la loro rarità.
Fortunatamente, ogni tanto qualche etichetta coraggiosa ristampa dei reperti che, diversamente, verrebbero dimenticati o relegati al folle mercato dei collezionisti più maniacali. L'Italia non fa certo eccezione in questo campo, tanto che l'album in questione è stato per decenni il sogno impossibile di molti appassionati, ma ora finalmente "Ad gloriam", primo LP a 33 giri de Le Orme, si trova nei negozi specializzati sia in CD che in vinile (quest'ultimo perfettamente fedele all'originale, compresa la meravigliosa copertina apribile).
Si tratta comunque di un disco di vitale importanza, non solo nel panorama italiano ma direi anche europeo: infatti, in quella lontana Estate del 1968 (periodo in cui uscì) decretò lo storico passaggio dalle atmosfere più tipiche del BEAT ai colori sgargianti della psichedelia, che già preannunciavano la felice stagione successiva: quella del progressive italiano dei primi anni 70, di cui le stesse Orme furono protagoniste (insieme a molti altri gruppi, in un movimento molto variegato e composito).
Tuttavia Le Orme come formazione veneziana esistevano già dal 1966, ma dal nucleo originario fondato da Aldo Tagliapietra e Nino Smeraldi, ben presto si staccarono alcuni elementi: il batterista Marino Rebeschini, ad esempio, lasciò il posto a Michi Dei Rossi, ed insieme a lui arrivò in formazione anche il tastierista Tony Pagliuca (entrambi provenienti da un altra formazione veneziana chiamata Hopopi). Quindi dopo alcuni singoli la formazione che si avventurò nell'impresa del primo album era la seguente: Aldo Tagliapietra, voce e chitarra; Claudio Galieti, basso; Nino Smeraldi, chitarra; Tony Pagliuca, tastiere; Michi Dei Rossi, batteria.
L'album è già fin dalle prime note un campionario di sensazioni lisergiche, intessuto di quella psichedelia tipicamente europea che riporta alla mente i Beatles (periodo 67/68) o i primissimi Traffic, ma con uno spirito Pop genuinamente mediterraneo e solare che lo contraddistingue; inoltre non contiene nessuna cover ma solo brani scritti dal magnifico duo Smeraldi-Tagliapietra (potrebbero essere considerati i Lennon-Mc Cartney di casa nostra?).
Alcuni episodi sono maestosi e corali, come la stessa Ad gloriam che dà il titolo all'album, altri più meditativi e tenui, come Fiore di Giglio, in cui la voce recitante di una bambina è sorretta da un flauto che crea suggestioni favolistiche; oppure la visionaria Fumo dove le voci vengono alterate e stravolte, mentre la chitarra si contorce in arabeschi e la tastiera di Pagliuca vola quasi ai livelli del primo Keith Emerson (sicuramente anche i Nice erano tra le muse ispiratrici della formazione veneziana). Tutti gli episodi vengono intervallati da collage rumoristici e sprazzi di sperimentazione, persino i brani più POP quali la famosa Senti l'estate che torna presentata con successo alla manifestazione canora Un disco per l'estate del 1968.
L'etichetta di allora, la CAR JB di Carlo Alberto Rossi, tuttavia non spinse molto l'album (anche perchè il mercato era nettamente dominato dai singoli a 45 giri) così che non raggiunse neppure un migliaio di copie vendute e restò sempre di difficile reperibilità, al contrario dei singoli che invece ebbero una discreta promozione.
Quindi di questo primo e straordinario album de Le Orme pochi furono i fortunati possessori, ed ancor meno del seguente "L'aurora" sempre inciso per la CAR JB (più che altro una antologia di singoli, a parte poche eccezioni); quindi ritrovare oggi negli scaffali dei negozi queste piccole perle del panorama italiano è sicuramente un piacere: lo raccomando a tutti i cultori e gli appassionati del suono a cavallo tra i 60 e i 70, anche per la splendida copertina, creata da un giovane Luciano Tallarini che in seguito divenne grafico importantissimo nella discografia Nayba nazionale.
Come molti sapranno, dopo questi esordi, Le Orme muteranno formazione (rimanendo in tre soltanto) e di conseguenza anche casa discografica (la Philips) con cui raggiungeranno un successo più diffuso e popolare: da lì in poi la loro strada continuerà in salita fino ai giorni nostri.

Salvatore D’Urso

Beat e Progressive in Italia Facebook
Il Beat Italiano Facebook

Le Orme, Milano 1968 (1968)

Senti l’estate che torna
Fiori di Giglio
Dovunque andrai 1970

SHORT REVIEWS - Rodolfo Montuoro, "Nacht" (2010, distr, Egea/Believe France/Lunatik)

Storie e suoni dal profondo. Storie e suoni che si incidono nell'anima, nel cuore. "Nacht" è una perla nera e preziosa, un prisma sonoro da cui si dipanano colori ed essenze ammalianti. Silly moon, Ulisse, Parole e notti, ma è l'intero lavoro a emozionare. Theremin, archi e chitarre affrescano brume arcane e architetture gotiche; zolfo e incenso, lampo e luna. Il viandante è cullato dai suoni e dai colori nascosti della notte. Un viaggio acustico oltre il dark, oltre la forma-canzone, semplicemente ottima musica.
Maurizio Galasso

SHORT REVIEWS - Alex Cambise, "Tre vie per un respiro" (2010, AIPM/Self/Lunatik)

Canzoni come La ragazza di Longarone, da sole, ti convincono ad acquistare un album: testo da brividi su una base folk dai forti sapori d'Irlanda. Tra Correggio e Dublino, sfiorando il Delta. Un lavoro diretto e pulito (forse un po' troppo) che in brani come Dimmi dove sei, Lacrime e la già citata La ragazza di Longarone emoziona e convince. Per chi cerca del sano buon rock italiano. 
Maurizio Galasso

SHORT REVIEWS - Melody Falls "Into the flesh" (2010, Nun Flower/Edel/Lunatik)

Echi ... Per i più grandi, echi di Cheap Trick. Per i più piccoli, echi di Green Day. Dall'high-school punk di Tonight all'hard anni '80 di NK (ricordate Girls Girls Girls dei Motley Crüe?). Armonie pop-rock e chitarre distorte; è divertente ascoltare il suono di un flanger ogni tanto, ancora di più un paio di riff ben riusciti. La cover di Beat it si poteva evitare. Una band da valutare dal vivo, sicuramente onesta.
Maurizio Galasso

venerdì 10 dicembre 2010

BRUCE SPRINGSTEEN & E STREET BAND: Live Hammersmith Odeon. London 1975 (Columbia/Sony BMG, 2006)

Questo fine 2010 per gli appassionati inguaribili fans del grande Bruce Springsteen è stata una vera epifania prima del tempo: prima il doppio cd "The Promise" con 21 brani inediti registrati tra il 1976 ed il 1978, subito dopo l’uscita di "Born To Run" nel 1975 e sino alla registrazione del magnifico "Darkness In The Edge Of Town" nel 1978.
Poi "Darkness In The Edge Of Town/The Promise", 3cd/3dvd contenenti tra l’altro tutti i brani risalenti alle sedute di registrazione di Darkness e rimasti nei cassetti.
Infine, dolcissima ciliegina sulla torta il dvd/cd "London Calling Live In Hyde Park" catturato il 28 Giugno 2009 durante l’Hard Rock Calling Festival: ma di tutto questo parleremo quanto prima.
Che disco va a ripescare il buon/passionevole Ruben proprio in questi giorni per una stranissima coincidenza? La prova inconfutabile dell’inossidabilità di Springsteen, uno dei più grandi live di tutta la storia del rock, la cartina al tornasole della passionalità viscerale che ha sempre caratterizzato l’artista ed il rocker negli ultimi 35 anni ...ladies and gentleman: (wally)



BRUCE SPRINGSTEEN & E STREET BAND, Live Hammersmith Odeon. London ’75 (Columbia/Sony BMG, 2006)

Come si fa a descrivere l’emozione di un concerto, anche se filtrata dal supporto digitale?
Non è come analizzare un album realizzato in studio, nella dimensione live infatti giocano elementi diversi ed imponderabili. E se poi si tratta di QUESTO concerto?
Se Dave Marsh nella sua celebre biografia Born To Run (“Nato per correre”, Gammalibri, 1983) temeva che la sua rievocazione delle gesta springsteeniane risultasse ai lettori l’orazione di un fanatico, noi non temiamo di cadere nella trappola, anzi dichiariamo subito, e senza mezzi termini, che queste righe lo sono.
Emozionati come pochi il Boss e la sua Band, la E Street Band al loro primo sbarco oltreoceano, in quella Londra del 1975. Sul palco devono tirano fuori l’anima: la vecchia Inghilterra va conquistata a suon di rock and roll, sono qui proprio per dimostrarle che questa forma d’arte è ancora viva e vegeta. Ci riusciranno.
Il disco si apre con Thunder Road, una delle poche canzoni al mondo con una melodia mai uguale a sé stessa lungo tutto il brano, dove i termini tradizionali di strofa e ritornello non hanno più senso. E’ un fluire magistrale di note che sembra non arrestarsi mai. E questo è solo l’inizio. Roy Bittan suonerà per tutto il concerto in modo strabiliante, in ogni canzone, fino all’ultima nota.
Ogni pezzo viene interpretato dalla band con un’energia e una velocità pazzesche, vien da chiedersi se non sia accelerato il nastro…
E’ l’urgenza espressiva che qui non ha limiti: bisogna arrivare subito al cuore e i ragazzi sul palco lo sanno. Vogliamo parlare di questa enorme (in tutti i sensi) band? Max Weinberg (insieme a Charlie Watts) è la sintassi del rock & roll tradotta per la batteria, potenza e tiro illimitati; Gary Tallent al basso è un macigno; Danny Federici - il compianto Federici - col suo organo elettrico è l’amalgama che unisce lo spettro sonoro; Stevie Van Zandt il ricamatore alla chitarra e Clarence Clemons… beh, Clarence è Clarence: sassofonista di una potenza indescrivibile, bisogna solo sentirlo suonare.
E poi c’è Bruce… Di questi tipi qui, potete crederci, non ci si stanca mai. Perché un brano come Born To Run, eseguito da loro, è il vero inno americano (quello ufficiale solo nella versione di Jimi Hendrix può competere). Perché quando le chitarre del Boss e di ‘Miami’ Stevie duettano nel finale di It’s Hard To Be A Saint In The City vedi la grinta personificarsi sulle assi del palco, perché Backstreets è una composizione che fa capire quanto può essere grande la Musica, quella scritta ed eseguita con la M maiuscola.
Perché ascolti Jungleland e rivedi come in un film tutta la tua vita, non importa qual è stata, le vite si assomigliano un po’ tutte e il dono che hanno gli artisti come Bruce è di farcele comprendere, come se ogni volta ci ponessero uno specchio davanti e ci dicessero: “Guardati”. Perché Rosalita (Come Out Tonight) è la più grande festa mai messa in musica, è la Gioia cristallizzata in note e parole. E se poi avete dei dubbi sull’italianità del Boss, ascoltate 4th Of July. Asbury Park (Sandy), e sentirete nel refrain come il melodramma, la nostra tradizione musicale, scorra copioso nelle sue vene.
Che dire poi delle appassionate, romanticamente frastagliate, Spirit In The Night e Lost In The Flood (tratte dal magnifico primo album "Greetings from Asbury Park, N.J. -1973/Columbia" – come It’s Hard to Be a Saint in the City), vissute sul palco con meravigliosa visceralità!
In chiusura l’orgia rock and roll del Detroit Medley, l’intimità di For You e il gran finale classico di Quarter To Three.
Springsteen ha preso la grande lezione del rock and roll e le ha fatto fare un passo avanti. Come, in altro ambito, Miles Davis ha preso quella del jazz e le ha fatto fare uno, o forse due, passi avanti. Queste cose riescono solo ai Grandi. Sempre grati al dio della musica che ci ha dato la possibilità di ascoltarli.

Ruben

Springsteen & The E Street Band, Hammersmith Odeon London 1975
Carol
It’s Hard To Be a Saint in the City
Every Time You Walk in the Room

giovedì 9 dicembre 2010

"Folk, Acid Folk, Prog Folk e dintorni": artisti e brani scelti e commentati da Walter Pasero

Madden&Harris – The Wind at Eve (Fools Paradise: Jasmine Records/1975)
Australiani. Meraviglioso brano di questo duo prog/folk ricco di atmosfere dilatate e surreali ottenute grazie a un uso sapiente e delicato del mellotron e di altri strumenti come l'organo, il mandolino e a un angelico intreccio di voci.
Fin dall'intro, le atmosfere si fanno maestose e leggiadre, evocando una folata di vento che lascia spazio a questa ‘leggenda sonora'’. Le voci di Madden e Harris viaggiano eteree in un cielo solitario e finiscono per dare forma alle immagini narrate nella canzone.
Il prezioso ricamo di violino, nella parte centrale, intreccia magicamente riposo e nuovi cammini da percorrere sotto quegli orizzonti. La strada senza fine, ultima immagine della song, appare come la figura perenne donataci da questa meravigliosa poesia, sospesa tra cielo e terra.
Capolavoro


Virgin Insanity - Charity (Illusions of the Maintenance Man: Private Pressing. n/n, /1971)
Americani. Riecheggiano pulsioni oniriche lungo questo suggestivo brano psych/folk. Un rarefatto tappeto sonoro crea un atmosfera intimista.
Essa evoca la solitudine di un uomo immerso nei desideri di un sogno, del quale la triste voce di Bob Long trasmette la fragile delicatezza.
Il ritmo e l'arrangiamento di questo pezzo si muovono tra invocazione e voglia di abbandoni amorosi, perdendosi così su linee crepuscolari e ondeggianti.
L'eco della voce solista diventa infine un richiamo ulteriore, protendendosi di là dell'orizzonte, come una nuvola di nebbia che annuncia la fine del sogno.


Dandelion – Sometimes (Dandelion: Le Kiosque d'Orphée/1979) Francesi. Eccellente brano psych/folk dominato da una struttura sonora ricca di effetti trattati.
La particolare introduzione sacrale fa spazio alla voce di Jean-Christophe Graf che si snoda accorata, facendo affiorare dai fumi di organo, chitarra e tastiere, i sogni e le immagini del pezzo. In questo brano le atmosfere dominanti sono permeate da aromi acid/folk prodotti da una timbrica strumentale ossessiva e cerebrale. Il sogno qui evocato è avvolto da ombre cupe e grigie che solo gli occhi della fantasia possono provare a liberare. Brano ispiratissimo.


Tony, Caro and John – Apocalypso (All on the First Day: Gaarden/1972)
Inglesi. Masterpiece assoluto di acid-folk inglese. Questo trio ci propone un pezzo dal ritmo devastante e disorientante. Liriche inquietanti e una voce arrabbiata riecheggiano per tutto il brano. Le atmosfere evocano un ambiente da apocalisse metropolitana contornata da immagini inquinate e visionarie.
La musica afferra l'ascoltatore e il messaggio alienato e strano scoppia letteralmente nella sua testa dispiegando immagini alterate una dopo l'altra; cieli pieni di scie di vapore e di dadi e bulloni, lampi rossi che annunciano la fine.
Lo sfondo musicale della song diventa un annuncio profetico a scendere in strada, a cambiare il mondo deponendo le armi e prendendosi per mano contro un'orizzonte di morte e distruzione. Apocalypso. Capolavoro da cinque stellette.


These Trails – Psyche I & Share Your Water (These Trails: Private Pressing n/n / 1973)
Americani. Originalissimo pezzo di acid-folk sperimentale. La song è costituita da due momenti distinti, che attingono da una medesima matrice. La prima parte è animata da fiabeschi effetti di chitarra e misteriose virate orient-folk. La seconda, accompagnata da una voce femminile che ricorda la meravigliosa Linda Perhacs di "Parallelograms", è un apoteosi di sperimentali vortici sonori.
Una musica cupa e tenebrosa crea cerchi scuri che si irradiano in un magico specchio d'acqua. Lo sfondo strumentale e la voce solista sembrano narrare di una sorta di processione magico-rituale in un susseguirsi di immagini palpitanti e sinistre: lo scorrere inquieto di una sorgente, l'eco oscuro di strane creature, il fruscio animato del sottobosco e il sospiro strozzato di una persona nell'ultimo istante della song, lasciano nell'ascoltatore un senso di disagio, misto a un fascino imperscrutabile. Pezzo assolutamente imprescindibile.


Mark Fry – Song for Wild (Dreaming with Alice: It (sub-label of RCA)/1972
Inglese. Meraviglioso brano acid folk contenente tutti gli ingredienti di una visione sotto effetto.
La voce di Fry è quella di un antico menestrello che ci parla in sogno, invitandoci a seguirlo in un mondo incontaminato, popolato da folletti, gnomi e altre fantastiche creature. Il ritmo suadente del sitar avvolge la voce di Mark, creando un atmosfera ‘indefinita’ nella quale le immagini evocate sembrano volare, piegarsi, affiorare e allontanarsi, assumendo così le forme più svariate e strane come solo tra le braccia di Morfeo è possibile. La chitarra leggera che scorre lungo tutto il brano ha la consistenza di una carezza, di una nuvola bianca che ci conduce in un magico paradiso. Nota importantissima: l'album di Fry fu interamente registrato in Italia, forse a Firenze. Imprescindibile.


Mr.Fox – The Gay Goshawk (Mr.Fox: n/n/1970)
Inglesi. Ottimo pezzo per questo duo folk inglese formato da Bob Pegg e la moglie Carol.
Una miscela esplosiva di british folk e suggestioni di rock duro che una parte della critica ha avvicinato addirittura allo stile dei Velvet Underground. Le voci dei coniugi Pegg procedono sul filo della memoria e sono contornate da una sessione strumentale impressionante. Siamo in territori decisamente elettrificati. Nota di merito va all'abrasivo e ancestrale mix di batteria e chitarra all'inizio e poi alla fine del brano che introduce una sorte di dialogo a distanza tra i due.
Un pathos musicale ideale a fare da cornice a una sinistra e anomala storia d'amore. Consigliato.

LIVE REPORT - THE FLOWERS: Tribute to Rolling Stones (Bari, Tropicana Pub, 19/11/2010)

Autunno inoltrato, la serata è davvero piacevole, l’adrenalina alta. Bari ospita un evento speciale!
Un evento forse passato in sordina, forse no, il più longevo gruppo rock barese omaggia uno dei gruppi che ha scritto e continua a scrivere la storia del rock al livello mondiale: The ROLLING STONES.
L’invito mi è pervenuto tramite Facebook, la diffusione dovrebbe essere assicurata.
I FLOWERS stasera escono dalla loro casa (La Fonte delle Muse) per approdare in un locale a me sconosciuto, il pub Tropicana a Bari. Gli appassionati di rock locali spesso sono costretti a girovagare per le città del centro – sud Italia per vedere un bel concerto, oggi si gioca in casa! Il passa parola fa in modo di non andar solo ma con un piccolo gruppo di appassionati di musica. Alle 21:00 siamo d’avanti al Tropicana, forse un po’ presto, forse no!
Il locale ricorda molta il sud America, ma in bacheca ecco la locandina. Una foto dei Flowers con abbigliamento tipicamente sixties con a lato una foto d’epoca dei Rolling Stones. All’interno nelle vicinanze del palco un mega tavolo dove il gruppo come da rituale cena prima di aprire le danze.
Un gesto molto bello quello di condividere prima di ogni concerto dei momenti assieme.
Eccoli sul palco: Wally Boffoli (voce, armonica, tambourine), Ninni Pirris (chitarra ritmica, solista, vocals), Ciro Neglia (batteria, vocals) e Roberto Andreini (basso). Si parte con Honky Tonk Women, 7” del 1969 , poi di getto si passa a Jumpin’ Jack Flash, Brown Sugar.
Mi giro e vedo il locale pieno, la gente che sorride e fa gesti di pieno compiacimento. I riffs dei flowers sono puliti, pochissimi effetti, tutta la loro tecnica si ascolta in maniera cristallina. Al mio tavolo ci sono amici musicisti che amano la buona musica, scorgo i loro piedi battere al ritmo della grancassa: The Flowers stanno eseguendo I’ m Free, un cavallo di battaglia che spesso eseguono durante le loro performances.
Wally nel frattempo ha tirato fuori le sue armoniche con tonalità diverse che poggia sullo sgabello al centro del palco.

Il suono é sempre più impregnato di tonalità tipicamente sixties, la chitarra Fender anni ’60 di Pirris riporta al meglio in quegli anni di grande innovazioni sia dal punto di vista culturale che musicale.
La serata è sempre più trascinante, The Flowers suonano in sequenza dei classici assoluti degli Stones con una compenetrazione nelle atmosfere originali davvero incredibile: Heart of Stone, The Last Time, Spider and the Fly, Miss You, Time is on my Side, Wild Horses, Anybody Seen my baby ; la triade di brani finale é micidiale: Get off of my Cloud, Street Fighting Man, Midnight Rambler, tre 'timeless songs' all'insegna di frustrazione/ribellione/crimine risalenti a tre momenti aurei della carriera dei Rolling Stones, reinterpretati dai Flowers con trasporto vocale/strumentale ai limiti del noise, rabbia lucida e competenza davvero incredibili!
A tal punto che vedo il gestore del locale aggirarsi con un'espressione di terrore negli occhi facendo dei gesti disperati all'insegna della band nel tentativo (fallito!) di far loro abbassare i volumi degli amplificatori e del microfono: proprio come nei migliori concerti rock locali degli anni 60!
Durante la seconda parte del concerto a testimoniare la bellissima atmosfera creatasi ecco che sul palco salgono i loro amici di sempre che danno un ulteriore tocco di unicità alla serata.
Alla chitarra Gibson ecco Gino Grangregorio chitarrista della Via del Blues, special guest nei brani The Last Time e Spider and the Fly. Di seguito alla chitarra elettrica e alla voce ecco sul palco Gianni Porta dei Doorways, special guest nei brani I'm Free e Wild Horses.
La serata si conclude con un medley di brani ever-green della storia del rock quali Pledging My Time, Knockin's on Heaven Door, Like a Rollin' Stone di Bob Dylan.
Sul palco c’è la storia della musica barese (e non solo) degli ultimi 40 anni.
Brividi percorrono le schiene di molti di noi, un concerto davvero unico, forse irripetibile. Alle volte non serve fare centinaia di chilometri per ascoltare
della buona musica.
Ne è la prova questo 19 novembre 2010 dove per una volta è passato come in un film la storia della musica degli ultimi decenni.
Grazie Flowers, grazie da parte del vs pubblico, che vi segue da anni.


Antonio Rotondo

Foto di Antonio Rotondo
Artwork: Ciro Neglia

TheFlowers

Street Fighting Man
Midnight Rambler
Heart Of Stone
The Last Time
Get Off Of My Cloud
Time Is on My Side
Jumpin'JackFlash/Motorhead

HonkyTonkWoman

mercoledì 8 dicembre 2010

CICCADA – A Child In The Mirror (June 2010, Fading Records/Altrock Prod.)

I Ciccada sono una nuova formazione greca dedita a composizioni il cui appeal oscilla tra folk music e diverse elaborazioni di progressive, dai Gryphon ai Gentle Giant: questo è quanto le cronache scrivono di loro.
Ciccada sono: Evangelia Kozoni (vocal duties and keys), Nicolas Nikolopoulos (various flutes and keyboards), Giorgos Mouchos (guitars) il cuore della band; gli altri membri Omiros Komninos (bass), Christos Zeleidis (drums) and Panagiotis Gianakkakis (piano).
"A Child In The Mirror", uscito nel giugno 2010 è il loro disco di debutto. Disco non facile da acquistare, come non facile dopo un primo ascolto la sua valutazione, sia per la complessità della struttura, come per le influenze da rilevare; sempre comunque recensito in maniera più che ottima dalle riviste specializzate in progressive.
Ad un primo impatto alcuni riff riportano ai Jethro Tull, ma questo ‘bambino nello specchio’ va ascoltato più volte, per entrare nelle atmosfere articolate, suggestive, a volte mistiche che gli ottimi musicisti riescono a creare (contando anche su una strumentazione ricca e varia) solcando persino onde di celtica reminiscenza. Nel meraviglioso strumentale A Storyteller's Dream ad esempio a dominare sono i contrappunti eccelsi dell'organo hammond.
Qua e là, qualche tocco alla Gentle Giant, e la splendida, delicata voce di Evangelia Kozoni a narrarci di storie fantastiche e visionarie, come in Garden Of Delights che sembra attingere all'ispirazione dei primissimi Renaissance.
Nel video ‘live’ all’Artyka Theater linkato in calce a quest’articolo Ciccada riprendono proprio due meravigliosi e dimenticati brani (Wanderer) tratti dall’omonimo stupendo album d’esordio dei Renaissance di Keith e Jane Relf (1969-1970, Castle Music).
Particolarmente consigliato é l'ascolto dell'omonimo A child In The Mirror, altro strumentale introdotto da un suadente clarinetto dalle movenze quasi jazzy; il brano poi si sviluppa attraverso fascinose mutazioni riprendendo quasi filologicamente mood e break ritmici di assoluta ascendenza rock-progressive '70.
Rispetto alle tante band attuali di neo-prog, si possono considerare in linea con gruppi come Wobbler, Thieves Kitchen, Moonsafari o Flamborough Head, che prediligono brani ad ampio respiro e dalla struttura variegata, senza sottrarsi a tratti di innovazione e sperimentazione di Avant-Prog.

Roberto Fuiano

Ciccada-A Child in the Mirror-Ciccada(2010)
Ciccada - A Garden Of Delights
Ciccada_(grecia psychedelia) A Storyteller's Dream.wmv
Ciccada Live in Artika Theater, June 2007

CiccadaMySpace

SHORT REVIEWS - THE NAPPIES, "Next stop styx" (2010, Cheapskate Records)

Notte di Halloween. Immaginate di organizzare un party in un inquietante motel stile Norman Bates.
Una tonda luna piena e nebbia fumante a go-go. Immaginate di  avere tra gli invitati zombie svitati, licantropi ubriachi e vampirelli succhia colli  e tutti assieme pogare allegramente assieme a voi. Tutto questo è "Next  stop  styx" primo album di quelle piccole pesti  chiamate  The Nappies: nove pezzi di puro horror punk'n'roll for fun. Tra le mie preferite la surfeggiante Bubblegum  horror  party, Creepy  moony  friday (frizzante punk-pop) e la scoppiettante Barrage of solitude.
Da ascoltare appena dopo aver visto "L'alba dei morti dementi", tra un pop corn e un succo di pomodoro.
Marco (Marcxramone) Colasanti

PAUL COLLINS : King Of Power Pop! (Nerves, Beat ...)

Power Pop

A trent’anni dalla fine, dopo aver scorazzato in vespe e lambrette questi ‘migliori anni ‘(ridicoli, come narrati in tv …) possiamo affermarlo senza temere smentite: gli anni Settanta sono stati proprio un fottuto decennio! Complicato da morire, senza padroni e sempre diverso da se stesso, e non per la vertigine di cambiamenti che aveva segnato gli anni precedenti ma per le numerose ‘diversità in contemporanea’ che lo segnarono, difficili da circoscrivere e contestualizzare.
Le generazioni targate ‘66, pacificamente dissociate dal sistema, si trasformarono - senza consapevolezza - nelle generazioni anarcoidi del ‘77 quando autolesionismo, culto tossico passivo e distruzione fine a se stessa la facevano da padroni (citare '66 e '77 serve solo a stabilire due punti ipotetici e fascinosi dove incontrarci, nel caos delle scene musicali dei ‘70).
Tra tanto caos, come un fiore coloratissimo generato dal letame, sbocciava il Power Pop, sottogenere musicale (laddove sotto va letto alto) dal viso dolce, la faccia pulita del più efficace linguaggio espressivo giovanile, il Rock‘n’Roll. Canzoni da due/tre minuti, ricorso stilistico a melodie à-la-Beatles e a tutte quelle bands statunitensi che del british pop avevano imparato tutto.
In quei tumultuosi giorni, per chi amava agitarsi nei sotterranei, il rock era ormai divenuto troppo colto oppure troppo hard, in entrambi i casi rivolto a masse di giovani dalla bocca buona.
E come per ogni essere o evento umano anche il power pop (o indie-pop, chiamatelo come vi pare) perse rapidamente la sua innocenza, la sua bella faccia d’angelo.
Così la parte migliore della pop music scappò di casa e uno dei suoi più pericolosi e convincenti istigatori fu il newyorkese Paul Collins, insieme alla sua creatura, The Beat (da non confondere con l’omonima band ska inglese).


The Nerves: Jack Lee, Paul Collins, Peter Case

Collins era di New York, dunque, ma l’esperienza The Beat non nasce nella Grande Mela bensì dall’altra parte della costa, Los Angeles, e va subito detto che caratteri e connotati della band furono eredità di uno strepitoso trio che, pochi anni prima, ne aveva fissato il DNA: The Nerves. Per questo noleggiamo una Buick del ’72, cambio automatico, e facciamo giusto un salto a Frisco. Infatti, proprio in quella città così europea, San Francisco (patria del beat, la Beat Generation) maturò lo spermatozoo che avrebbe generato, un paio d’anni più tardi, i Beat.
Il giovane chitarrista Jack Lee coinvolse due ragazzi, Peter Case e, appunto, Paul Collins. Nacquero così i Nerves che da Frisco si mossero subito verso la più frenetica L.A. Tra mille difficoltà e a causa della solita cecità delle majors, nel 1976 i Nerves devono autoprodursi il loro EP, un extended play 7 pollici (un 45 giri, per intenderci) con quattro tracce. Un piccolo vinile che a quel tempo (e fino ad oggi) suonava così fresco e innovativo da chiudere una volta per tutte la dipendenza che il pop aveva sempre avuto dal suono british, mersey, Beatles & Co., etc.
Un brano tra tutti emergeva in quel 7 pollici di profumato sacro vinile, Hanging On The Telephone, scritto da Lee e che, passato quasi inosservato nella sua versione originale in seguito avrebbe ottenuto successo e vendite grazie alla bella biondina Blondie che lo piazzò in alto nelle difficili classifiche inglesi.
Ma erano tutti e tre i componenti che scrivevano nei Nerves e di Collins era
Working Too Hard, bella pop ballad, meno di due minuti, riff costante e avvolgente, un brano premonitore di aromi sixties: e non era poco se pensiamo che il 1976 era un anno ancora troppo giovane e immaturo per i futuri, splendidi recuperi sonori sixties degli anni a venire. Trascorrerà qualche anno per riconoscere ai Nerves i loro meriti, e lo farà la Bomp Records, gloriosa etichetta indipendente, label tra le protagoniste assolute del sixties revival divampato negli anni ’80.
Un paio d’anni fa i Nerves hanno trovato ancora una volta spazio tra le pubblicazioni discografiche grazie alla Alive Records che ha realizzato l’antologia "One Way Ticket", con demo, brani live e qualcosa dei Breakaways, la piccola parentesi post Nerves creata da Collins insieme a Peter Case.
Di quest’ultimo - per inciso - vanno segnalati The Plimsouls, una delle più eccitanti e colte power pop bands degli ’80. Rintracciate l’album "Everywhere At Once", pubblicato dalla Geffen Records nel 1983. Vi conquisterà!

The Beat


The Beat, Paul Collins, dunque. Dopo l’ingiusta breve vita dei Nerves e l’improvvisata Breakaways, Paul Collins fonda la band della sua vita, The Beat, che vedrà in pochi anni l’avvicendarsi di diversi componenti.
Ma tutto ruotava sempre intorno a lui. In qualche modo Paul entra in contatto con il produttore Bruce Botnick (produttore tra l’altro dei Doors e dei Love di Arthur Lee dovrebbe bastarvi!) e riesce ad ottenere un bel contratto con la Columbia. Per una sottolabel della Columbia/CBS, la Wounded Bird, esce così nei negozi l’album omonimo, "The Beat" (1979, Columbia/Wagon Wheel).
Tra i brani più memorabili dell'album (freschissimi all'ascolto ancor oggi), innervati di urgenza rock ed efficacissime melodie Rock & Roll Girl, Don't Wait Up for Me, Look But Don't Touch tanto immediate da sfiorare in taluni momenti un'estetica punk, l'avvincente You Won't Be Happy (impossibile resistere a refrain così attanaglianti!) le belle ballate Different Kind Of Girl, I Don't Fit In,
E’ il 1979, e non è un caso che sia proprio l’ultimo anno di quel decennio depravato, anni che poco avevano dato a Collins. Ma adesso il Power Pop si prendeva la sua bella rivincita su quel periodo ingrato! I dischi di new pop iniziarono ad esser numerosi e molti di notevole livello, con diverse radici e ispirazioni (mod, punk, ska, new wave, avanguardie, etc.). The Beat è un disco fragrante come non se ne sentivano molti in quel periodo. Stile compositivo fresco, melodie accattivanti e suono chitarristico a comandare e plasmare ogni cosa.
Ma è soprattutto la ‘prospettiva’ della band a mettere d’accordo tutti gli abitanti delle cantine del rock‘n’roll, i soldati del punk, i new mods e tutti quei retro-nuevi che, proprio in quei giorni, iniziavano ad esplodere tra L.A. e New York e poi ovunque sul pianeta: quella dei Beat era una prospettiva di puro easy pop ma ‘ribelle’, graffiante, diversa e distante dai meccanismi rock molli, pomposi e grassi che popolavano le classifiche dei tardi ’70. Quello che successe dopo, con album quali "The Kids Are The Same" (Columbia/1981) e l’ EP "To Beat Or Not To Beat" (Columbia/1983) ed altre pubblicazioni a nome Paul Collins’ Beat non raggiunse gli stessi livelli dell’album d’esordio, ma dentro ci trovate sempre roba sufficiente per illuminare intere file di ‘musicisti carcassa’ sopravvalutati.

Songs from "The Beat"

Don't Wait Up For Me
You Won't Be Happy
Different Kind Of Girl
Rock And Roll Girl
Look But Don't Touch
I Don't Fit In
Let Me Into Your Life, live Madrid,21/01/2010



Paul Collins

Malgrado gli inevitabili alti e bassi post Beat, il contributo dato da Paul Collins al power pop è stato fondamentale. E lo è stato anche in anni recenti, da solista in giro a suonare un po’ovunque (la Spagna é diventata la sua meta preferita: dopo un innamoramento artistico importante per il country per tutti gli anni '90 (sottolineato in quattro albums), nel nuovo millennio é tornato con alcuni dischi niente male, che ancora oggi possiedono la scintilla magica del miglior pop possibile.
Dischi come "Flying High" (2005/Get Hip Rec.: leggi recensione) e "Ribbon Of Gold" (Rock Indiana) del 2008 restano albums di valore, fino al piacevole ultimo "King Of Power Pop (2010, Alive Naturalsound Records)" ulteriore conferma, a quasi trentacinque anni dal lontano debutto coi Nerves nel ‘76, che Collins è stato e resta ancora uno dei pochi re del power pop!
Vi segnalo anche la cover che Collins nell'album esegue della splendida You Tore Me Down, tratta dall’epocale "Shake Some Action" (1976) dei Flamin’ Groovies, una delle bands artefici del più viscerale rock‘n’roll e tra le massime ispiratrici del sixties revival anni ‘80. Ma questa è un’altra storia!
I Beat suonavano delizioso pop, ma lo facevano con un’attitudine moderna e insieme molto classic. Lo stesso avevano fatto prima (direi con ancor più merito) i Nerves, ma il loro (de) merito fu di averlo fatto ‘troppo presto’.
Per questo Paul Collins, ovunque abbia partecipato, è stato importante per la pop music. Era ed è tra i migliori, e lo è stato al momento giusto.

Nico Scolaro

Paul Collins Beat
PaulCollinsMySpace


Paul Collins: King Of Power Pop! (2010, Alive Naturalsound Records/Goodfellas)

La cover di You Tore Me Down dei Flamin' Groovies 1976 é solo la prima delle belle sorprese che Paul Collins riserva a noi vecchi fans dei Beat nel suo recente "King Of Power Pop!", quasi a gettare un ponte ispirativo e connettivo col passato; dopo l'ottimo "Ribbon Of Gold" uscito nel 2008 che già recuperava alla grande la fresca verve esecutiva power-pop dei primi Beat Collins torna con un disco che ribadisce puntualmente e con grande spolvero esecutivo/ispirativo le caratteristiche di questa gloriosa filiazione del rock che continua ad ammaliarci: songs che raramente toccano e superano la soglia dei tre minuti (la perentoria This Is America), intrise di grande trasporto ritmico e melodico per una durata di poco più di mezz'ora: prodotto e registrato a Detroit con il solito piglio vigoroso da Jim Diamond (Dirtbombs,White Stripes, Go ...) che suona anche il basso, King Of Power Pop! tra le frecce al suo arco allinea anche un chitarra solista, Eric Blakely, davvero notevole ed incisiva che si produce in alcuni solo entusiasmanti.
Altro omaggio questa volta al 'black eyed soul' é un'altra splendida e vibrante cover, quella dell'indimenticabile The Letter, uno degli hits dei Box Tops del grande Alex Chilton. La vena compositiva di Collins é ancora freschissima e la sua voce, attraversata ora da rughe fascinose, é diventata addirittura più aggressiva: si ascoltino King Of Power Pop, Go Black, Losing Your Cool, Don't Blame Your Troubles On Me, Doin'It For The Ladies sino all'energica/speedy Do You Wanna Love Me, che pare un brano degli anfetaminici Eddie & The Hot Rods dei bei tempi che furono.
Si respira la stessa eccitazione e trasporto rock immortalati nei solchi dell'immortale The Beat del 1979, anzi più ruvidi, ed eccola lì la grande ballatona in puro stile PowerPop/Collins/Beat/, densa di sapide reminiscenze Beatles/Flamin' Groovies che vi inchioderà alla sedia e vi obbligherà a cantare a squarciagola insieme a Paul, Hurting's On My Side, grande brano; e C'mon Let's Go, così dolce e disarmante, una perfetta sixties song, chi poteva inventarla se non un artista ispirato come Collins?
Grande disco questo "King Of Power Pop!" Bentornato Paul!

Wally Boffoli

Doin' It For The Ladies
Don't Blame Your Troubles On Me
C'Mon Let's Go

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