mercoledì 19 gennaio 2011

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - TANGERINE DREAM: "Phaedra" (1974, Virgin Records)

"Phaedra" non è il primo album dei Tangerine Dream e forse non è neppure il migliore; ciò nonostante assume un posto di assoluto rilievo nella produzione del gruppo tedesco essendo il primo pubblicato per l’appena nata Virgin Records ed essendo l’opera che introdusse migliaia di giovani europei alla conoscenza della musica elettronica arrivando al nono posto delle classifiche inglesi e muovendosi altrettanto bene in altre parti d’Europa compresa l’Italia.
Prima di Phaedra vi erano stati l’esordio magmatico di "Electronic Meditation (1970)" poi il cromatico "Alpha Centauri" del ’71, "Zeit" l’anno successivo e il fantascientifico e ottimo "Atem" del 1973.
"Phaedra", registrato nel 1973, fu pubblicato l’anno seguente, quando una corte di musicisti fino a un certo momento piuttosto ondivaghi si stabilizzò fin dai due album precedenti nelle tre figure di Edgar Froese, Chris Franke e Peter Baumann per dare alla luce a quest’opera importante e basilare.
Se fino a quel momento una strumentazione più o meno tradizionale con imponenti inserti elettronici era apparsa nei dischi dei Tangerine Dream, ora, in questo nuovo album, percussioni e chitarre erano bandite a favore di sole apparecchiature elettroniche e poco conosciute tastiere (e c’è anche un po’ d’Italia nel Farfisa Equipment citato in copertina).
Strumenti con nomi che sono sigle piuttosto che vocaboli la fanno da padrone, anche se è un flauto-non-flauto suonato da Peter Baumann (probabilmente 'trattato') a condurre la breve, intensa e lentissima Sequent C' che si srotola come un tappeto magico e ipnotico fino all’evocativa conclusione dell’album in un movimento/momento di grande atmosfera.
Movimento è la parola giusta: così come accade nella musica classica, la musica dei Tangerine Dream non ha un ritmo ma ha un 'tempo'. E’un tempo segnato e metronomizzato dalle pulsazioni dei sequencer, dalla ripetitività dei sintetizzatori, dalle folate sonore di brezze mellotroniane e a questo proposito mi piace leggere il mio brano preferito, Misterious Semblance at the strand of nightmare, (una composizione del solo Froese), come un adagio; un adagio che si muove tra ondate di suoni eterei e impalpabili creando risacche e risucchi magnetici e visionari per poi spegnersi dopo una decina di minuti in una pletora di singulti liquidi e minimali. E se non ci fosse il rischio del reato di lesa maestà o di vilipendio non farei fatica a paragonare quel brano a un paradisiaco adagio di Mahler.
La musica contenuta in "Phaedra" è a parer mio anche figlia di un certo goticismo nord europeo che si è espresso principalmente in letteratura e in alcune pagine del cinema espressionista tedesco: non è forse un caso che una parallela e soddisfacente carriera i Tangerine Dream l’abbiano trovata proprio realizzando decine di colonne sonore (il titolo 'Vampira' del primo film di cui hanno curato le musiche è significativo), un goticismo però modernizzato dalla robotica tecnologia dell’epoca come si evince ascoltando la suite che da il titolo all’album.
Phaedra (Part 1) (Part 2) è un brano di quasi venti minuti che parte con un incipit robotico incessante punteggiato da sinth pulsanti e sequencer minimalisti che si allungano e si accorciano come un elastico facendo pensare che il disco ogni tanto suoni a settantotto o a quarantacinque giri; i suoni angelicati di un mellotron si inseriscono tra i battiti di quel cuore tachicardico. Poi le piogge avvolgenti dei sintetizzatori che arrivano a scrosci in un crescendo inarrestabile diluviano fino alla metà dell’opera quando si spengono in uno stato di calma apparente sottolineato da effetti sonori singhiozzanti che sembrano il goglottare ritmico e marino di gabbiani in un porto nebbioso. Quindi si inserisce ancora il mellotron che emula fatati cori femminili, intesse trame fiabesche e riprende la corsa lento e atmosferico fino a giungere alla conclusione del brano.
Ricordo che siamo nel 1974 e allora proporrei un giochino: (ri)ascoltare questo disco con estrema attenzione seguito, possibilmente, dall’ascolto del recentissimo, "Metallic Spheres" di The Orb featuring David Gilmour (oh, mio destino ingrato, perché vuoi che in ogni recensione io debba citare Gilmour e/o i Floyd?).
L’opera degli Orb si divide anch’essa in due lunghe suites Metallic Side e Spheres Side e, a parte il fatto che la presenza del chitarrista dei Pink Floyd è assolutamente inconsistente, (al punto che se non ci fosse scritto il suo nome credo che quasi nessuno se ne accorgerebbe), la musica proposta dagli Orb non sarebbe mai esistita senza i Tangerine Dream, con una prima differenza: che sono passati trentasette anni ma come direbbero i Led Zeppelin, The song remains the same e con una seconda differenza riguardante lo specifico dell’evoluzione tecnica di strumenti, studi di registrazione e delle nuove modernissime tecnologie applicate alla musica.
E allora cosa c’è che non va in questo prescindibile, tecnicissimo, inutile e irrilevante album degli Orb? Perché un album 'vecchioì come Phaedra, suonato e registrato con antichi strumenti analogici e vintage regge l’urto del tempo rivelandosi ancora un ascolto 'moderno' al pari, magari, di un classico del minimalismo colto o addirittura di un’opera di musica sinfonica?
Viene la voglia e la paura di pronunciare proprio quella parola, quella parolina tanto importante e tanto abusata: anima. Anima? Ma i Tangerine Dream non erano quelli che a metà concerto se ne andavano dal palco tutti e tre lasciando gli 'strumenti' da soli e programmati a finire lo spettacolo? E allora l’anima?
Sì, ma erano altri tempi, tutto era diverso, noi eravamo diversi, il mondo era diverso, ogni cosa era diversa. Forse anche l’anima era diversa; al punto che se tre corpi se ne andavano, lei rimaneva là, su quel palco, aleggiando invisibile tra sequencer, oscillatori e sintetizzatori, a terminare lo spettacolo.

Maurizio Pupi Bracali

From PHAEDRA: Movements of a Visionary

"The Crack In The Cosmic Egg" light version

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