martedì 31 maggio 2011

WHITE LIES: "Ritual" (2011, Fiction)

Inizio subito precisando che questo nuovo disco dei White Lies, "Ritual" mi lascia perplesso come il primo “To Lose my life” del 2009, che li aveva fatti accostare ai primi Cure (non fosse altro per la stessa etichetta discografica, quella Fiction che dei Cure è stata casa per oltre vent’anni) e agli Interpol di “Turn on the bright lights”. Sono una band forte e capace di seguire la scia di gruppi come i Kaiser Chiefs o gli Interpol e di cavalcare la nuova onda di sonorità darkwave anni ’80, ma senza però avere il cuore o la spavalderia di altri; piuttosto sembrano volerci far credere che l’ispirazione scorra a fiumi nelle loro vene copiando l’ostentazione che pervade altre bands ben più memorabili come gli Editors.
Basandosi sul discreto successo ottenuto, il gruppo si attacca a queste sonorità che sono sempre le stesse ma più radiofoniche, dando la sensazione che le canzoni siano state scritte a tavolino con un senso di “farina del mio sacco”, come se pensassero che questo sound gli appartenga, frutto di ore ed ore passate in studio ad elaborarlo. Questo per dire che il nuovo “Ritual” risulta un album massiccio ma, al tempo stesso vuoto che finisce per non disattendere le aspettative ma neppure esaltarle nonostante, complice il sicuramente più elevato budget, la produzione di Alan Moulder che ha lavorato con gruppi come Depeche Mode, Jesus and Mary Chain, Nine Inch Nails e molti
altri. Non è un caso, quindi, che il nuovo lavoro aggiunga un paio di penellate di synth al mix di strutture base e ad effetto come in Streetlights e Bad Love , riempiendosi di canzoni orecchiabilmente radiofoniche grazie a refrain molto ruffiani alla Depeche Mode, come in Turn the bells o nei gelidi Synth di Holy Ghost. Gli episodi migliori sono quasi tutti nella prima parte del disco: Is Love è una danza macabra, figlia di certe sonorità dell'inizio degli anni ‘90, e Strangers, un sofisticato patchwork tra chitarre tiratissime in stile primi Placebo archi sintetizzati che citano Dazzle dei Banshees e probabilmente non a caso sarà pubblicato come singolo dopo Bigger Than Us, il clone più radiofonico di "To Lose my life". La voce baritonale di Harry McVeigh non disturba ma resta sempre anonima, priva della ruvidità che ha sempre contraddistinto ad esempio Ian McCulloch. Per il resto, alcuni brani hanno dei momenti (di solito nei cori) che potremmo voler far risuonare un paio di volte ma, come per i Killers, considerati all’interno di un album non risultano appaganti o anche solo accattivanti per meritare un altro giro del lettore; ci sono i soliti groove di basso e batteria che incalzano nei momenti giusti a far scatenare i nuovi proseliti negli indie dj-set e la mancanza di immaginazione cerca di essere colmata da testi pretenziosi che vorrebbero emulare le punte liriche di gruppi come Joy Division o gli stessi Cure. Insomma, questo nuovo lavoro non mi pare altro che un sequel composto da canzoni d'amore e morte, piacevoli ma mai particolarmente originali; il disco resta incatenato a una atmosfera depressa che però non sembra prendere mai una direzione precisa, senza mai farci toccare d'altro canto stati euforici. Tutto ciò rende "Ritual" meno innovativo del precedente e conferma l’idea che si tratti di un rifacimento di quella che, due anni fa, si era dimostrata una novità discografica di successo.
Ubaldo Tarantino
Fiction Records

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