sabato 2 aprile 2011

THE POETS: “Magici e misteriosi suoni dalla Scozia, 1964-1967”

Ci sono gruppi che sin dall’inizio sono riusciti ad ottenere un suono talmente personale che li rende inconfondibili, se poi aggiungiamo una voce particolare come quella di George Gallacher il gioco è fatto: parliamo dei Poets, l’orgoglio di Glasgow, nella Scozia tra il 1964 ed il 1967. Il gruppo si era formato nel 1963 e già allora registrò demos con brani originali: secondo lo stesso George fu un processo abbastanza naturale per lui ed il chitarrista Hume Paton, entrambi appassionati di blues; una caratteristica da non sottovalutare per quegli anni, se si pensa che gli stessi Beatles ma soprattutto gli Stones pubblicheranno in quel periodo tantissime covers.
A proposito di questi ultimi, fu grazie al loro manager Andrew Loog Oldham che la storia dei Poets ebbe una svolta. Trovandosi in Scozia per sposare una ragazza considerata minorenne in Inghilterra, al suo arrivo rimase incuriosito da una foto del quintetto Scozzese ritratto nella rivista Beat News in camici mutuati dallo stile del celebre poeta scozzese Robbie Burns. Senza perdere tempo il famoso manager si ritrovò una mattina a discutere il futuro del gruppo nel salotto dei Gallacher con un George assonnato, reduce da un’esibizione con la band durata tutta la notte. Nel giro di un paio di settimane dopo un’audizione a Glasgow, i Poets stavano già incidendo il loro 45 di debutto Now we’re thru uscito nell’autunno del 1964 che lo stesso John Lennon definirà stranissimo. Raggiunse il numero 30 della hit parade britannica, non male per essere il primo disco. Seguiranno apparizioni televisive in Scozia dove ancor prima dell'arrivo di Oldham contavano di un solido seguito di fans, come nel famoso Ready Steady Go!, seguito da tutta la gioventù britannica. Anche i giovani Americani potranno conoscerli grazie a Shindig! il cui filmato è per ora l’unico di quelle apparizioni televisive ad essere sopravvissuto fino ai giorni nostri.
Il gruppo sembrava perfetto per Oldham che intendeva ricreare il famoso “wall of sound” del suo idolo Phil Spector riempiendo d’eco il già atmosferico debutto. I Poets sono tra i primi gruppi a fare uso della 12 corde, costruendo trame misteriose e malinconiche con i due chitarristi Hume Paton e Tony Myles, i principali artefici del suono Poets ed insieme a George autori delle 6 canzoni che costituiranno i loro primi 3 singoli. Non è facile descrivere i Poets, le loro melodie sono accattivanti ed in generale possiedono uno spleen di tristezza e malinconia: spesso sono stati paragonati agli Zombies, in realtà sono piuttosto differenti per l’assenza totale dell’organo, strumento dominante nei dischi del gruppo inglese. La loro passione per la musica nera sembra fondersi col passato celtico, dando vita ad un’insolito ibrido di elementi folk e blues.
That’s the way it’s got to be (Feb 65) il secondo singolo, è spesso considerato anche dallo stesso gruppo il migliore della loro discografia; si apre con un riff di basso straordinario: sappiamo ora che alla parte del bassista John Dawson si aggiunse un basso a 6 corde suonato da John Paul Jones allora un noto session man. Grande anche il finale con maracas e la voce di George in evidenza che mostra il lato più “wild” dei Poets. Si racconta che dal vivo a differenza dei loro dischi suonassero un R&B più frenetico nello stile dei Pretty Things che ammiravano e con cui ebbero la fortuna di dividere il palco. In queste occasioni ai loro brani originali si aggiungevano covers come per esempio In the midnight hour di cui esiste un raro documento filmato da un fan scozzese del periodo! Qualche mese dopo l’uscita del secondo 45 è la volta di I am so blue, un ritorno alle atmosfere più riflessive, malinconiche del debutto che in ogni caso si ritrovano sul retro del singolo precedente con la stupenda e delicata I’ll cry with the moon arricchita da curiose percussioni. Di questo periodo sono i primi cambi: esce Alan Weir, batterista originale ed entra Jim Breakey, da lì a poco anche Tony Myles lascerà il gruppo, Fraser Watson sarà il nuovo chitarrista. Verso la fine del 1965 la nuova formazione registra vari pezzi tra i quali un paio di brani che rimarranno inediti per circa 30 anni, e risulta incredibile che ad esempio I’ll keep my pride non venga pubblicata come 45, così come It’s so different now, soprattutto alla luce di quello che sarà il prossimo disco, Call again (ottobre 65), non un brutto brano ma forse non adatto ad essere il lato A. Il retro Some things I can’t forget é una proposta più convincente, in ogni caso un’altro bel dischetto. In quei giorni si susseguono annunci e previsioni circa la pubblicazione del primo album dei Poets prima del Natale, tutte rivelatesi infondate.
Call again uscirà per la nuova etichetta Immediate di Oldham e continua la collaborazione Gallacher-Paton autori anche del lato B del 45. Con il senno di poi si potrebbe pensare che il gruppo avrebbe potuto avere più fortuna senza Oldham, così come altri artisti che rimasero all’ombra degli Stones. Lo stesso produttore ha dichiarato che non ha mai potuto dedicare ai Poets il tempo e le energie che meritavano poiché si concentravano tutte sugli Stones, tanto che per il singolo successivo la produzione venne affidata a Paul Raven, qualche anno più tardi meglio conosciuto come Gary Glitter. Nel gennaio del 1966 esce il 5° singolo e per la prima volta si opta per una cover: si tratta di Baby don’t you do it, dal repertorio di Marvin Gaye di cui esistono versioni più conosciute, registrate successivamente sia dagli Small Faces che dagli Who. Quella dei Poets è da molti considerata superiore o in ogni caso differente. La versione pubblicata non piacque ai membri della band: secondo loro il missaggio e produzione di Raven la rovinarono completamente; fará la sua apparizione nel CD “Scotland’s No.1 Group”. Purtroppo a livello di vendite le cose non cambiano e, tipico dei gruppi del periodo, si trovano a percorrere l’intero paese in tours che li rendono esausti con tanti kilometri da macinare ed itinerari male organizzati.
George intanto aveva già annunciato la sua uscita dal gruppo e verso la fine dello stesso anno Hume Paton lascia e con lui la 12 corde che tanto aveva caratterizzato il loro suono fino ad allora: a questo punto non rimane nessun membro originale dato che anche John Dawson se ne va; Andi Mulvey rimpiazzerà George e nel 1967 esce il singolo Wooden Spoon, in tutto e per tutto il prodotto di un’altro gruppo, un brano con una sonorità abbastanza robusta e che decisamente sta virando verso la psichedelia, cosa ancor più evidente sul retro, dove troviamo In your tower con le sue atmosfere vagamente orientaleggianti. Tutte e due le songs verranno riscoperte negli anni '80 grazie a raccolte come “Chocolate Soup for Diabetics” e “The British Psychedelic Trip”: alcune delle canzoni dei Poets originali appariranno su “Rubble vol.5” iniziando un’epoca di rinascimento che culminerà con la raccolta su CD “Scotland’s No.1 Group” (1997): oltre a riunire i 6 singoli del gruppo include una manciata di demos ed i due inediti sopraccitati, e finalmente avrà l’approvazione del gruppo. Un lavoro che si deve soprattutto alla passione e perseveranza di un’altro scozzese, Lenny Helsing di cui parleremo presto su Distorsioni.
La saga dei Poets non finisce con Wooden Spoon, molte saranno le ramificazioni e i progetti successivi cui parteciparanno i vari membri del gruppo, compreso un ultimo singolo uscito all’inizio degli anni '70 per promozionare la bibita Strike Cola! Ricordiamo i Pathfinders con Fraser Watson che poi si chiameranno White Trash e Trash per il loro secondo ed ultimo 45 su Apple records.
Esiste un bel singolo (Locked in a room/ Alone am I, 1968) di un gruppo irlandese chiamato Poets che spesso viene confuso con i nostri protagonisti ed aggiunto alla discografia: si tratta solo di un'omonimia.
Chissà sia arrivato il momento per una nuova e definitiva raccolta dei Poets, che consacri il loro magico suono alle nuove generazioni cosí come ai vecchi fans: l’etichetta americana Distorsions (eh sí!)che nel 1995 con l’aiuto di Lenny pubblicó una raccolta su vinile anteriore al CD, ha annunciato un progetto in tal senso, prendendo il nome da un inedito venuto alla luce tempo fa, Try me again.

Aldo Reali

The Poets

The Poets discography
"Now We're Thru" / "There Are Some" (Decca F11995, October 1964, UK Singles Chart: #31[1])
"That's The Way It's Got To Be" / "I'll Cry With The Moon" (Decca F12074, February 1965)
"I Am So Blue" (Paton/Gallacher/Myles) / "I Love Her Still" (Decca F12195, July 1965)
"Call Again" (Paton/Gallacher) / "Some Things I Can't Forget" (Paton/Gallacher) (Immediate IM006, October 1965)
"Baby Don't You Do It" (Holland/Dozier) / "I'll Come Home" (Gallacher/Paton)(Immediate IM024, January 1966)
"Wooden Spoon" / "In Your Tower" (Decca F12569, February 1967)
"Heyla Hola" / "Fun Buggy" ('Strike Cola' promotion single, circa 1970/71)
“Scotland’s No.1 Group” (1997, Dynovox)

LIVE REPORT - ROGER WATERS, "THE WALL" (Milano, Forum Assago 1 aprile 2011)

Dopo una lunga attesa eccomi all'ingresso del Forum di Assago per uno dei concerti evento dell'anno. Mi è difficile immaginare Roger Waters capace di condurre da solo una performance di un album dei Pink Floyd tuttavia dato che "The Wall" è probabilmente la sua opera massima nonchè quasi interamente sua creazione confido che la missione sia possibile. Il primo dei quattro shows di Milano è presentato da giorni come una versione aggiornata dello spettacolo degli anni '80. Inizio subito dicendovi che se vi chiedete se ne è valsa la pena e se avete amato “The Wall” nella sua proposizione originale on stage la risposta è assolutamente positiva. Il Forum è stracolmo e alle 21 in punto si inizia immediatamente con fuochi artificiali e un aereo che sorvola il pubblico andando a schiantarsi su una parte del muro (il resto del quale verrà costruito pezzo dopo pezzo durante il concerto).
Si parte in rigoroso ordine cronologico come è giusto aspettarsi dal disco concept per eccellenza. In the Flesh, The thin Ice ed ecco il primo trittico che infiamma la platea Another brick in the wall pt 1, The happiest days of our lives e la seconda parte di Another brick. Segue una bellissima Mother con un esperimento che vede il Roger Waters di oggi duettare virtualmente con l’immagine e la voce del Waters del tour di trent’anni prima, da brividi! C’è sempre qualcosa proiettato sul muro che viene costruito passo a passo durante lo show e molti dei messaggi proiettati sono aggiornati ad oggi con riferimenti contro la guerra e l’establishment: la gente sembra ovviamente gradire in particolare quando dopo la scritta “Should I trust the government?” appare la successiva “No fucking way!” su una parte del muro mentre sul lato opposto una eloquente “Col cazzo” strappa letteralmente l’ovazione generale.
Ci si avvia verso la fine della prima ora con un altro brano bellissimo come Don’t leave me now accompagnato da proiezioni sul muro di grande semplicità ed intensità e si conclude con Goodbye cruel world. Mezz’ora di intervallo e lo scambio di opinioni mi vede notare l’acustica insolitamente buona, la scenografia maestosa e non priva di alcuni degli elementi caratterizzanti le produzioni dei Pink Floyd (emblematico il maiale volante che sorvolerà il pubblico nella seconda parte dello spettacolo), il pubblico eterogeneo dai ventenni in su che canta praticamente tutte le canzoni.
Inizia la seconda parte, la mia preferita con Hey you fino a Comfortably numb con effettone finale proiettato sul muro e pubblico in estasi. Arriviamo alla fine con Outside the wall ed il muro che si era completato alla fine della prima parte che crolla lasciando uscire i musicisti a cantare sulle macerie. Roger Waters dall’alto dei suoi sessantasette anni portati benissimo tratta la sua creatura come un testo sacro ed il muro come un simbolo su cui far scorrere i mali attuali con i simboli di ieri e di oggi a manifestare il disagio suo e del protagonista dell’opera, per uno show che lascia stupiti per l’intensità emotiva, gli effetti e la storia che rappresenta. Sono le 23.20 è mentre sono in coda per uscire incrocio una ragazza con la maglietta del concerto (merchandising ufficiale a 40 Euro) in dolce attesa e non posso che dirle “Ehi, questo bambino crescerà bene”: visto i presupposti un augurio o forse, direbbe Roger, una speranza.

Testo, foto e video di Ubaldo Tarantino

PUNK - SHORT REVIEWS - The Queers-Killtime: “Alive split ep” (2011, Gonna Puke)

Lo scorso 19 febbraio mentre tutte le persone normali si stavano godendo la finale del festival di Sanremo il vostro Marcxramone preferito si gustava una serata coi fiocchi.
I fantastici The Queers, del biblico Joe King, dal vivo contornati da quei teppisti dei Killtime e Nasty Cats.
Come al solito la serata fu fantastica e per coronare il tour i Killtime assieme ai The Queers decidono di fare un singolo con 4 tracce, 2 per ciascun gruppo, ovviamente limitatissimo. Solo 333 copie e una bella copertina a opera di Riccardo Bucchioni. I Killtime con la splendida Back To you e I Don’t Wanna Be Your Boyfriend Tonight, 2 pezzi Screeching Weasel fino al midollo. The Queers con Aishiteru yo Kanojo pezzo cantata in giapponese, omaggio ai loro numerosi fans nipponici e The Kids Are Alright dei mitici Who apparse gia’ nella compilation di pezzi risuonati "Summer Hits No.1" del 2004 ma mai apparsi in vinile. Una leccornia per i numerosi fans per la band del vecchio Joe ma anche per quella del killer trio romano.

Marco Marcxxramone Colasanti

LIVE REPORT - "Title Tracks": (28/3/2011 - Bari, Taverna Vecchia del Maltese)

Un lunedì piovoso, umido e caldo ha fatto da sfondo al concerto barese dei Title Tracks, ultima "trovata" della Dischord di Ian MacKaye. Li avevamo intervistati telefonicamente in diretta radiofonica qualche ora prima e non avevano la minima idea di quando dovessero arrivare a Bari per il concerto. Un buon inizio, un tipico atteggiamento da americani on the road che seguono disincantati e sognanti lo scorrere delle proprie esistenze. Coraggiosi a farsi 2000 km in tre giorni, da Verona a Bari con sosta a Pescara, per suonare davanti a 50 persone. Peraltro la Taverna Vecchia del Maltese è da sempre palcoscenico per perdenti e genialoidi incompresi del rock. Il power trio, sapientemente guidato dall'ottima chitarra di John Davis (ex Q And Not U, band di punk-funk sempre su Dischord, a cavallo del millennio), recupera con garbo e senza scopiazzature suoni power pop, post-punk e persino mod, permeandoli inevitabilmente di stacchi e dissonanze made in D.C. - la loro città. Per chi conosce il punk di Washington, è come ascoltare i Minor Threat o i Faith che eseguono cover di Jam e Knack. Concerto non difficile in sé, ma per il patrimonio genetico che la band si porta dietro.

Sheep Black

Every Little Bit Hurts(Live on KEXP)
I Stand Accused (Live on KEXP)

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venerdì 1 aprile 2011

PIETRE MILIARI - CLASH: "Joe Strummer e London Calling" (Dec 14, 1979, Epic)


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Non deve essere stato difficile per Joe Strummer abbandonare la vecchia strada per la nuova, gli bastò probabilmente seguire il proprio istinto. All’uscita dell’album "London Calling" (1979 per il Regno Unito e 1980 per gli Usa) il taglio con il passato era già stato bello che fatto. Il punk era nella sua fase discendente e Strummer e i Clash erano già proiettati verso nuovi mondi (musicali e non) in territorio americano. L’energia del punk che aveva anche perso il suo emblema Sid Vicious andava lentamente scemando al contrario di quella di Strummer, e dei Clash tutti, che sembravano godere di straordinaria linfa ispirativa in quel periodo. A detta dello stesso Strummer durante le registrazioni in studio dell’album “americano” dei Clash si respirava un’energia ed un entusiasmo che il gruppo non aveva mai provato prima.
Più difficile per Joe deve essere invece stato il gestire il successo e la notorietà che l’album portò al gruppo alla sua uscita con un milione e duecentomila copie vendute. Nonostante alcuni precedenti screzi avuti con la stampa britannica il disco ricevette ottime recensioni e fin da subito si percepiva la grandezza del lavoro che era stato prodotto dal gruppo inglese. In America dopo l’apprezzamento (o forse meglio il non disprezzo) per il secondo album l’uscita di London Calling ebbe gli stessi effetti che in territorio inglese solo di gran lunga amplificati.
Il terzo album andava in tutto e per tutto ad aprire al gruppo di Strummer le porte del successo al grande pubblico. Concerti da ventimila spettatori a serata nei palazzetti delle maggiori città americane, frequentazioni con i personaggi di spicco di Hollywood, feste all’insegna degli eccessi diventarono pane quotidiano per i Clash. Ma fu proprio in un’occasione come questa che la personalità di Joe prevalse su ogni altra cosa “salvaguardando” il gruppo dall’essere travolto da ciò che loro stessi avevano creato. Le pressioni della casa discografica erano sempre maggiori, il gruppo si ritrovava a gestire situazioni più grandi di sè stesso: di lì alla compromissione di quello che erano stati i Clash fino ad allora il passo sarebbe stato breve.
Le cose però non andarono così visto che Strummer riuscì a far conservare alla band quell’identità che si era costruita nei primi anni di esistenza; la decisione (presa dopo un duro confronto con la casa discografica) di vendere l’album al prezzo di un singolo lp nonostante fosse un doppio o il continuare ad aprire tutti i concerti tenuti negli Stati Uniti (oramai tanto amati dalla band) con il pezzo I’m so Bored with the USA erano segno che la ribellione e l’irriverenza erano ancora aggettivi che potevano essere accostati alla parola Clash.
La filosofia che Strummer aveva improntato nel gruppo, quella di prendere sempre la parte di quelli più deboli, quella di combattere e denunciare le evidenti ingiustizie che il mondo faceva finta di non vedere continuava a permanere. Joe teneva al fatto che la band ponesse sempre all’attenzione del pubblico le tematiche sociali a lui care nonostante in quel periodo interessi e speculazioni da parte di terzi che giravano attorno al gruppo come avvoltoi avrebbero potuto compromettere lo stile Clash. Questo riuscì almeno fino a quando la situazione fu gestibile per Joe e soci, dopo di ciò il gruppo si rifugiò in studio per l’ennesima volta.
Lo stesso Strummer disse che la musica iniziò a diventare per lui quasi un riparo ed una protezione da tutto quello che non fosse musica e che li circondava in quel periodo. Così il gruppo nei momenti di difficoltà si nascondeva (anche fisicamente) negli studi di registrazioni anche per settimane, solo per sfuggire alle luci e pressioni dei riflettori. Il ruolo (a volte sottovalutato) che Strummer svolse per i Clash fuori dal palco eguagliò almeno il contributo che egli stesso diede alla musica della band. Se l’identità dei Clash si preservò (per quel che si poteva) nel mondo del business musicale nel periodo di maggior successo per il gruppo si deve esclusivamente al loro frontman. Certo non si può dire che non ci furono gruppi e movimenti che rinnegarono la loro fede e ammirazione per i Clash una volta che London Calling vide la luce ma quelli dei Clash furono essenzialmente cambiamenti dovuti ad un’evoluzione del gruppo sotto il profilo artistico: non si continui stoltamente a dire che Strummer e i Clash abbiano un giorno venduto la loro anima al business e al successo, non l’avrebbero ceduta neanche al diavolo, se mai ce ne fosse stato il bisogno.
“Eravamo dei rivoluzionari per via del punk rock. Era molto duro nel ’74 o ’75. Quando ripensi a quel periodo, era tutto grigio, personalmente lo ricordo come un periodo in bianco e nero. Era dura allora sfondare in America e noi ci riuscimmo suonando in ogni cesso da Kitchener, Ontario, fino a Everglades”. Joe Strummer
Marco Faieta
Clash

tracklist:
London Calling - 3:20
Brand New Cadillac - 2:08 (Vince Taylor)
Jimmy Jazz - 3:54
Hateful - 2:44
Rudie Can't Fail - 3:29
Spanish Bombs - 3:18

The Right Profile - 3:54
Lost in the Supermarket - 3:47
Clampdown - 3:49
The Guns of Brixton - 3:09 (Paul Simonon)
Wrong'em Boyo - 3:10 (Clive Alphonso)
Death or Glory - 3:55
Koka Kola - 1:47
The Card Cheat - 3:49
Lover's Rock - 4:03
Four Horsemen - 2:55
I'm Not Down - 3:06
Revolution Rock - 5:33 (Jack Edwards, Danny Ray)
Train in Vain - 3:09


London Calling

ALESSANDRA CELLETTI: “Sketches of Sacagawea” (2010, Al-Kemi Lab)

“Sketches of Sacagawea” nasce da un lavoro che Alessandra Celletti ha dedicato alla storia di un’eroina nativa americana, Sacagawea, le cui gesta sono patrimonio indiscusso della cultura nord americana.

Ecco, questo è il progetto sotteso al nuovo delizioso lavoro della brava pianista romana Alessandra Celletti, dall’inconfondibile vena minimal-classica, di cui Distorsioni si è già occupato in più di un’occasione. E l’aggettivo minimale è ancora una volta quello che più viene spontaneo usare per questa sua ultima realizzazione, il tocco essenziale ed impressionista che muove le dita della Celletti sulla tastiera.

Affascinata dalla figura leggendaria di Sacagawea e pensando alla sua storia la Celletti aveva scritto diverse composizioni, ma solo alcune sono state pubblicate da Al-Kemi Lab: una sorta di taccuino di appunti nel quale sono stati inclusi anche dipinti ispirati alla sua opera, realizzati dalla pittrice Leila Gabellini, la madre della pianista. Nella confezione del lavoro sono inclusi anche frammenti di disegni di Alessandra bambina.
Al-kemi lab non è solo un'associazione culturale ma un progetto ambizioso e temerario, una Factory di inizio millennio, che produce opere d'arte non distribuite nelle modalità tradizionali di mercato e che non finiscono negli scaffali dei negozi.

Si tratta di 5 brani della durata totale di circa venti minuti nei quali Alessandra è impegnata oltre che al piano con piacevolissima sorpresa anche alla voce (e agli electronics), teneramente narrante in inglese le vicende di Sacagawea (a coadiuvare la Celletti nelle liriche Pietro Lanzara). Ascoltatela in Mother, ne rimarrete incantati:

“My mother was only sixteen, but she was already a queen, a garland of heater hangs down, on her black hair like a crown”

Ad accompagnarla in alcuni segmenti sonori compaiono Nicola Alesini al sax, Paolo Fratini al bass flute, Marcello Piccinini (drums and loops), Guerino Rondolone (double bass). Dispiace ripetersi nei termini, ma ‘tenerezza’ è il sentimento dominante che sprigionano questi preziosi 5 morceaux pianistici: con l'esito non comune di riconciliare l’ascoltatore con le corde più delicate del suo subconscio. I 5 minuti di Lullaby in particolare sanno catturare lo spirito con quelle lievi cascate di note pianistiche Satie-dipendenti, magistralmente coadiuvate dal sax di Alesini e da un accordion in dissolvenza. Come poi uscire indenni dalle gentili ed avvolgenti spire di Sunrise: bassa marea che innocua si infrange sulla battigia, alba che timidamente vince la notte. Frozen Land vive di un abbraccio ambient ed Eno-rimembranze, ricongiungendosi idealmente al lavoro che la Celletti ha realizzato con
Hans-Joachim Roedelius nel 2009,"Sustanza di Cose Sperata". A quando Alessandra un lavoro di più ampio respiro?
Wally Boffoli

Al-Kemi Lab
Sketches Of Sacagawea
Alessandra Celletti
BlogAlessandraCelletti

MADAME LINGERIE: "D'amore, soldi e vendetta" (29 Ottobre 2010, Wondermark/Lunatik)

Il piacevole artwork, l' elegante confezione dell' album, ne farebbero già il classico feticcio di culto, ma, come sempre è la sostanza che conta (almeno dovrebbe). Bè, in questo caso si può tranquillamente affermare che l' abito faccia il monaco: la partenza di questo album di debutto della band romana è da mozzare il fiato, nel suo incrociare le atmosfere dei primi Interpol (wave scura) con la controllata cattiveria di certo noise anni novanta. Si prosegue con un basso pulsante (la title track) ed una ritmica in primissimo piano, mentre la chitarra segue percorsi irregolari ma perfettamente calibrati. A un primissimo ascolto si potrebbe pensare a qualcosa di affine al Teatro Degli Orrori (il recitato della voce), ma questa sensazione svanisce del tutto con il proseguire delle tracce: c'è varietà di stili, c'è tecnica e, soprattutto, emerge una precisa identità. E' un disco che cresce con il passare dei minuti e che necessita di ripetuti ascolti per essere assimilato a dovere, nonostante mantenga sempre quell' immediatezza caratteristica del (miglior) pop. Sono fra quelli che non impazziscono, generalmente, per il cantato in italiano in ambito rock ma, in questo caso, la mia attenzione è costretta a prendere due direzioni: la musica e le parole.
I testi, per lo più personali ed improntati a tematiche che rimandano al titolo
dell'album, contengono piccole "verità" (personalissime, ovvio): dichiarazioni rabbiose, desiderio di vendetta, sconfitte e delusioni, ansie e preoccupazioni quotidiane ma, in fondo, c' è tanto cuore e, ancora più giù, si cela (forse) la speranza. Temi che, in qualche modo, tutti noi possiamo condividere.
Tornando alla musica: il post-rock "sospeso" di Hollywood con il suo carico di sensibilità pop, la scuola Touch & Go di Ponciarello con i suoi cambi di ritmo e le geometrie complesse, il basso a fare da navigatore (la grande lezione Dischord e, ancora prima, dei Gang Of Four) in La Cartomante, un pezzo splendidamente pop (in fondo) dal ritornello irresistibile. Brani con una forma precisa, perfettamente compiuta, anche quando potrebbero essere una soundtrack (Il Centro Commerciale Di Notte) e la voce si spegne.
Titianoc è una bomba rock-noise e di cantautorato, un passo avanti e decisivo nel rock italico. Non Avrò Paura sono i migliori Perturbazione che suonano atmosferici come mai sono riusciti a fare, eterei ed emozionanti. E/R/R/E è pop allo stato puro, Disco Inferno è la "dance" che non ti aspetti, con il suo ritmo (impossibile restare fermi) quasi scanzonato. Prima O Poi fa riaffiorare nelle note una certa malinconia e 16.15 chiude con un brillante power-pop dal sapore 90's. Che dire? Complimenti ragazzi miei, l' unico rammarico potrà venire soltanto dalla cecità di quelli che dovrebbero vederci (sentirci) meglio...o forse no, incrociamo le dita.
Andrea Fornasari

MadameLingerieMySpace

LIVE REPORT - "Lydia Lunch and Gallon Drunk – Big Sexy Noise" (Magnolia, Milano, 31 marzo 2011

Non é la prima volta che parliamo negli ultimi tempi del nuovo spettacolo di Lydia Lunch: la performer americana é tornata in Italia davvero dopo pochissimo tempo, il suo tour precedente risale al dicembre 2010. Rimane un piacere occuparsi di un'artista sempre tanto anomala. Ecco la cronaca del nostro Ubaldo Tarantino: spero ne vogliate apprezzare la tempestività; solo ieri sera ha suonato a Milano.
Cosa voler di più da un magazine? (wally)


La mia serata si annuncia all'insegna del rumore più sordo ed assordante.
Il Magnolia ultimamente ci sta abituando a proposte di qualità ed in questa ottica stasera ecco sul palco Lydia Lunch accompagnata in questo nuovo progetto/album dal titolo "Big Sexy Noise" da tre quarti dei Gallon Drunk, altra band seminale degli anni '90. Dopo un paio di gruppi a supporto allo scoccare della mezzanotte ecco salire sul minuscolo palco Lydia e si capisce subito che la belva è di nuovo fuori. Un inizio che schiuma rabbia da tutte le parti sin da subito, la nostra che non si risparmia con la sua voce sempre più bassa, gracchiante quasi come quella di una barbona che insulta tutto e tutti.
I pezzi del nuovo album, prima prova davvero convincente della Lunch negli ultimi anni, si susseguono senza tregua in una sorta di Gerovital sonico accompagnato ed ispirato da uno scatenato James Johnston alla distortissima chitarra a srotolare kilometri di filo spinato fatto di feedback , Ian White a pestare alla batteria ed un Terry Edwards ad accompagnare con un tessuto noise alle tastiere e con un sax di stampo free che scaglia riff monolitici a fare da controcanto alla Lunch, in pieno stile no-wave Sonic Youth-style (non a caso, Kim Gordon è coautrice di buona parte dei brani dell'ultimo lavoro). E' un gran pugno nelo stomaco questo gig, furia controllata, recitata e provocatoria come in pezzi quali I won't leave you alone, Another man coming o Your love don't pay my rent.
Il concerto scorre veloce per un'ora circa tra virate street-punk e blues doom metropolitano e si conclude alla grande con un bis che da solo vale l'intero concerto, quella Kill your sons di Lou Reed con Lydia che ci canta in maniera vissuta, la voce dura e malsana “but when you shoot you up with thorazine on/ crystal smoke/ you choke/ like a son of a gun”, letteralmente da brividi!
E' l'una di notte e mentre cammino nel grigio verde del parco con ancora nelle orecchie le 'distorsioni' soniche dei nostri rifletto sul fatto di aver assistito ad un ritorno in grande stile. Lydia sarà in giro per la penisola per tutta la prima decade di aprile, il mio consiglio, se siete in zona, è di non perderla assolutamente.

Ubaldo Tarantino

Foto e video di Ubaldo Tarantino

giovedì 31 marzo 2011

THE MOODY BLUES: "Dal Beat al Prog Sinfonico" (1965-1972)

Intro: melodia e classicità nei Moody Blues

E' arrivato il momento di sdoganare anche i Moody Blues, cercando (!) di sconfiggere l'ostracismo di cui sono stati vittime per lunghissimo tempo? Si tratta di un triplo punto interrogativo: naturalmente io e tanti come me (come il coautore di questo articolo Gianluca Merlin) da sempre fans 'seriali' dei Moodies speriamo di sì, anche perché le loro pagine migliori le hanno scritte ormai da tempo; Justin Hayward, John Lodge, Graham Edge, Mike Pinder, Ray Thomas vivono di rendita ormai da anni ed anni e non si capisce cosa bisogna aspettare per assegnare nella storia del rock e della musica progressiva del ventesimo secolo il posto d'onore che loro compete negato o sminuito troppe volte nel corso di 40 anni e più da compiaciuti critici situazionisti figli dell'estetica punk e della sua aberrante logica negazionista tirata allo spasimo!
So benissimo che a qualcuno potrò sembrare un nauseabondo 'Giuliano Ferrara' del rock, un restauratore da condannare all'electric chair, e so altrettanto bene che queste parole 'acritiche' da Moodies-dipendente susciteranno qualche (o forse molte!) polemica, soprattutto da parte di chi ha una concezione della musica occidentale quale 'work in progress' inarrestabile che fa tabula rasa (o quasi) di concetti ritenuti obsoleti quali la melodia, l'armonia e tende a trasferire nel rock, nel post-rock o in quello che di essi rimane tutte le tensioni, le lacerazioni, le 'distorsioni' del mondo contemporaneo. Certo, questa é la 'sacrosanta' missione di quella che una volta veniva designata come cultura 'alternativa', portata a termine di volta in volta da 'crazy heads' quali Pere Ubu, Germs, Ornette Coleman etc...; ma se guardiamo un attimo all'odierno panorama internazionale ci accorgiamo che questo 'politically correct', figlio (paradossalmente) della cultura giovanile antagonista degli anni '60 e '70, é rimesso in discussione (ed ormai da parecchio) da quegli artisti davvero 'liberi' nella loro ispirazione, e sempre più spesso il concetto di melodia (seppur obliquamente intesa ed 'omogeneizzata' al sentire dei nostri giorni) va a braccetto con quello della sperimentazione. Caduta dei clichés? Direi proprio di sì, di qualsiasi tipo, ed era ora. Ed allora ci chiediamo: può un magazine come Distorsioni render conto ai suoi lettori di tutti i fermenti che agitano la scena attuale e contemporaneamente far lavoro di appassionata 'archiviazione'/riproposizione delle indimenticate/indimenticabili pagine rock e musicali (da quelle più corrosive e ribelli a quelle esteticamente innovative) delle decadi e del secondo millennio trascorsi? A qualcuno sembrerà forse una velleitaria utopia, ma é proprio quello che Distorsioni sta cercando di fare, conciliando ciò che molti addetti ai lavori, magazines cartacei ed online (a nostro parere immaturamente e con 'tragica' ortodossia militante) continuano a voler contrapporre! Seguendo questa 'convinta' linea editoriale, The Moody Blues sono solo i primi di una lunga serie di bands ed artisti che vogliamo 'cristallizzare' per sempre nella loro magnificenza atemporale, e riproporre soprattutto alle nuove generazioni, perché (e sono parole che vado dicendo da sempre) la vera arte e musica di qualità non sono qualcosa che si consuma e si getta nel cestino dei rifiuti ad ogni trend sopraggiunto, ma materia viva e pulsante che diventa e ridiventa antagonista ogni volta che rispunta (o la facciamo volutamente rispuntare) orgogliosamente dal suo angusto 'corner of time' per sconfiggere la stupidità e l'inconsistenza di quello con cui i media tentano di violentarci e frustrarci ogni giorno. Il compito di assolvere questa nobile funzione é affidato in questo caso ai Moody Blues ed al loro incredibile saper costruire 'cattedrali' di melodie classiche di cui vi faremo ampio omaggio in questa sede: sono un potente antidoto (credetemi) alla superficialità ed alla grettezza estetiche dei giorni che viviamo. Quello di cui parleremo in questo articolo é il periodo d'oro dei Moody Blues e della loro vena ispirativa, circa 8 albums, dal 1965 al 1972: ci riserviamo di trattare il 'meno ispirato' seguito della loro carriera in un secondo articolo (wally boffoli).


The Moody Blues- Il periodo beat (1965-1966)

Inventori di un genere che ha dato il La ad un movimento complesso e sfaccettato, esploratori del sogno, i Moody Blues possono vantare una carriera ultraquarantennale che li ha proiettati nell’olimpo del prog rock, con dischi meravigliosi che ancora oggi emozionano. Ma la band inizialmente si forma nel 1965 in pieno Beat dall’incontro tra il cantante (e successivamente anche flautista) Ray Thomas e il pianista Mike Pinder a Birmingham. Ex componenti del gruppo El Riot & The Rebels, dopo essersi persi di vista per qualche anno, si ritrovano e decidono di dare vita ad un nuovo gruppo che unisca il Beat alla passione per il Rythm and Blues. Assieme a loro si uniscono Denny Lane alla chitarra, Clint Warwick al basso e il batterista Graeme Edge. Così sistemati firmano un contratto con la Decca Records e incidono nel 1966 “The Magnificent Moodies” . Un disco figlio dell’epoca beat, ancora oggi atipico e caso unico nel sound dei Moody Blues, ma che porterà loro fama e concerti tra Europa e Stati Uniti. Riprese di pezzi Rythm and Blues e Blues come Bye Bye Bird , I’ll go Crazy e soprattutto Go Now, brano che li rende noti, e le prime composizioni proprie firmate dalla coppia Laine/Pinder, un tour che li fa girare Europa e America (dove il disco uscì col titolo “Go Now” e la sequenza dei brani modificata) e apparizioni televisive sono quello che la band riesce a raccogliere, ma ad un certo punto entra in crisi e medita la separazione, successivamente all’abbandono di Denny Lane (sarà poi chitarrista degli Wings di Paul McCartney nei ‘70’s) e Clint Warwick. Al loro posto arrivano John Lodge, che aveva suonato con Thomas e Pinder nella vecchia band, e soprattutto il chitarrista e compositore Justin Hayward, con un passato nel folk inglese. Proprio il suo background sposta il baricentro della band su composizioni tipicamente british e diverrà famosa la Gibson Es 335 color rosso di Hayward, comperata dopo averla vista usare da Chuck Berry. In quel 1966 Mike Pinder, che lavorava anche nell’azienda Streetly Electronics, riuscì a comperare un mellotron, uno strumento a tastiera rivoluzionario che era stato inventato nei primi anni ’60 come sorta di moderna tastiera elettrica da casa che poteva riprodurre i suoni registrati di archi e fiati attraverso una serie di nastri che partivano in base alla pressione del tasto premuto (il nastro durava non più di 8 minuti all’epoca). Pinder esplorò le potenzialità del Mellotron (di cui conosceva ogni segreto, tanto che ad un concerto in America i nastri dello strumento uscirono dalle loro sedi e in 20 minuti riuscì a risistemarli, grazie alla cassetta degli attrezzi prontamente preparata per risolvere tali problemi) e decise di portare questa sua idea al gruppo, che nel frattempo cercava nuove idee per poter far risalire la popolarità. Stimolati dalla casa discografica a comporre della musica sulla sinfonia del nuovo mondo di Dvorak, i Moody Blues cominciarono a scrivere un concept album, ispirati da “Sgt. Pepper” dei Beatles che avevano ascoltato in parte in anteprima dato che Mike Pinder aveva fatto conoscere ai 4 di Liverpool il suono del mellotron, che inclusero nella canzone Strawberry Fields Forever.


Il Prog Sinfonico ed i grandi dischi del periodo aureo (1967-1972)

Nel 1967 esce dunque “Days of future passed”, registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Peter Knight. È un concept album dedicato al trascorrere di una giornata e a partire dalla enigmatica copertina si nota che stiamo ascoltando una band differente dagli esordi ingenui. La fusione di pop psichedelico e orchestra, unita alle capacità vocali dei singoli componenti, le chitarre acustiche e il tappeto sonoro generato dal mellotron fanno del disco un capolavoro. Alcuni critici lo considerano ancora ingenuo rispetto a ciò che verrà ma non si può dire che le emozioni non mancano come nella famosissima Nights in white satin, un brano che sa emozionare ancora oggi, con i suoi barocchismi sinfonici e la voce sofferta di Hayward. Persino l’Italia si accorgerà del brano con una versione in italiano dei Nomadi e dei Profeti (Ho difeso il mio amore) e della franco/egiziano/italiana Dalida il cui titolo e testo vengono modificati (il brano andrà a chiamarsi Un po’ d’amore). Oltre al singolo di successo (numero 3 in Uk) stupenda si rivela Tuesday Afternoon, dalle atmosfere notturne e folk. E sono le prime due (di una lunghissima serie) grandissime performances vocali di Justin Hayard, uno degli autori. Tutti i brani sono uniti da un narratore cui fa accompagnamento l’orchestra.
È il primo disco a parlare la nuova lingua definita 'progressive rock' ed esce alcuni mesi prima di Nice e Procol Harum, altri esponenti del nascente movimento che avrà frutti rigogliosi negli anni ’70. Nel 1968 i Moody Blues incidono il loro terzo disco intitolato “In search of the lost chord”. C’è più mellotron e meno orchestra, brani meno lunghi e più canzoni, ma rimane intatta la voglia da parte del gruppo di sperimentare con le sonorità e di parlare la nuova lingua progressivo/sinfonica. House of four doors, The best way to travel, Dr Livingstone I presume, Ride My See-saw: la band non parla più di vita quotidiana ma di voli spaziali, droghe psichedeliche (la citazione di Timothy Leary in Legend of a mind) e di porte della percezione. Viene considerato uno dei loro dischi più completi e ricchi di idee, di armonie e di effetti sonori (il disco viene registrato su un 8 piste, all’epoca un salto in avanti nella tecnologia). Nei dischi successivi il 'maniacale' lavoro in studio rimarrà uno dei punti fermi dei Moodies.
Il 1969 vede la band incidere “On a Threshold of a dream”, che ritorna alla formula del concept album con tema l’esplorazione dei sogni. Lovely to see you e Never comes the day sono i brani più noti, per una atmosfera notturna (tipica ormai della band) che travalica la musica per arrivare dritta al cuore delle emozioni dell’ascoltatore. È un disco molto folk, le cui composizioni sono fortemente influenzate da Justin Hayward e dalla sua fluente ispirazione. Nondimeno Mike Pinder sigla la parte più onirica ed avvolgente del disco, con ampio dispiegamento del suo mellotron: le finali Have You Heard Pt.1 e Pt.2, The Voyage, So deep within You conducono l'ascoltatore nelle spire di un 'trip' nel proprio inconscio, ed é pura magia! Questo é un disco in cui tutti i membri della band sfoggiano una personale e precipua ispirazione compositiva: quella di Ray Thomas é la più classicamente 'english'con Dear Diary e Lazy Day, due ballate che instillano serenità ed equilibrio. John Lodge non si tira indietro, ed é il compositore forse meno lirico, con To Share Our Love e Send Me No Wine.
Nello stesso anno la band pubblica un altro disco : “To our children’s chidren’s children”, inaugurando la propria label, la Threshold. La trama concept è dedicata allo sbarco sulla luna, che all’epoca influenzò moltissimi artisti che ne trassero ispirazione per i loro testi: le musiche dei Moody Blues fyrono usate nelle missioni Apollo e Space Shuttle. I Moodies in questo disco sono in bilico tra composizioni classiche (Candle of life) e pezzi più pop come la stupenda Gypsy, ennesimo maturo frutto dell’inesauribile e crepuscolare vena ispirativa di Justin Hayward, che in questo album firma anche la commovente Watching And Waiting, una delle gemme più splendenti della sua lunga carriera di songwriter. Anche il bassista John Lodge collabora in questo album più corposamente in sede compositiva e sigla (oltre Candle of Life) Eyes Of a Child, divisa in due parti . Da parte loro Ray Thomas e Mike Pinder non si fanno certo pregare e quadrano il cerchio lirico superlativo di To Our Children’s: il primo con Floating ed Eternity Road, Pinder con Sun is Still Shining e soprattutto la metafisica Out and In. E’ un momento magico per i Moody Blues, forse lo zenith della loro carriera artistica, e lo stato di grazia delle loro insinuanti intuizioni melodiche si respira intensamente, stordisce quasi, dalla prima nota all’ultima. È in quel periodo che la band riprende con più regolarità ad esibirsi dal vivo, partecipando a numerosi festival tra cui il Blitzen Jazz in Belgio ma soprattutto nel 1970 il festival dell’isola di Wight, dove suonano verso sera (un’atmosfera cara al gruppo) un set fenomenale e a tratti rock. A fine concerto Ray Thomas pronuncerà la seguente frase “… molti pensano che noi siamo qui solo per i soldi, e non so perché, ma quel che vi posso dire è che quello che ci avete trasmesso questa sera davvero non ha prezzo”.
Il concerto è stato poi pubblicato per intero su cd nel 2008, a testimonianza del set emozionante che la band inglese ha tenuto, nonostante molti pezzi fossero difficili da eseguire dal vivo. In quell’anno esce “A question of Balance”, che dà un taglio al passato e porta la band verso territori più rock. Il disco avrà anche il conforto della classifica in America salendo al n°3 (e numero uno in Uk). Sono canzoni che troveranno più sbocco nei concerti live e faranno intendere sviluppi futuri per il sound della band, che tenderà a velocizzarsi. Inoltre la trama concettuale sarà sostituita da una formula più convenzionale: di questo disco si ricordano, oltre alla fantasmagorica copertina, i brani Question di Justin Hayward e Tortoise and the Hare, scritta da John Lodge. Notevoli anche Dawning Is The Day, It’s up to you (sempre firmate da Justin) e soprattutto il capolavoro Melancholy Man, song triste, affranta, scritta ed interpretata magistralmente da Mike Pinder.
Il 1971 li vede tornare ad un disco più vicino ai precedenti, più classicheggiante ma con dei tratti folk e rock. “Every Good boy deserves favour” ha canzoni veramente stupende come The Story in your eyes, brano rock impreziosito dalle armonie vocali del gruppo. Si respira una atmosfera davvero emozionante, con alcune canzoni unite concettualmente come After you came (scritta da Graeme Edge, dove compare il sintetizzatore al posto del Mellotron) e One more time to live (sorretta da uno stupendo flauto suonato da Ray Thomas).
“Seventh Sojourn”, il disco del 1972, segna la fine dell' epoca aurea dei Moodies, nonostante il disco finisca al numero uno in USA e UK e contenga la straripante I’m just a singer (in a rock and roll band); il classico sound progressivo è sparito e al suo posto c’è un sound molto più rock’n’roll e ‘70’s. Nonostante lo sforzo fatto nei precedenti dischi e la voglia da parte dei Moodies di essere solo ‘una rock & roll band’ abbondano anche in questa nuova opera veri e propri capolavori melodici di straripante ispirazione crepuscolare, confortati nei testi da un'inquietudine esistenziale molto palpabile ma anche da sopraggiunte maturità e saggezza: le vette assolute sono New Horizons ("Ho abbastanza sogni per me, ed abbastanza amore per tre, ho speranze che mi confortano, ho nuovi orizzonti che si affacciano sul mare") e The Land of Make Believe, scritte ed interpretate con il carisma di sempre da Justin Hayward, Lost in a Lost World ("Mi sono svegliato un giorno, stavo piangendo, perduto in un mondo perduto") e When You're Free Man di Mike Pinder. Completano il quadro Isn't Life Strange di John Lodge e For My Lady di Ray Thomas, sempre godibili ma inevitabilmente più di una spanna sotto il livello sublime del binomio Hayward-Pinder. La band sospende l’attività di gruppo sino al 1978 (anno di pubblicazione di "Octave"), proseguendo con dischi solisti.
Riprenderemo il filo del discorso in un prossimo articolo.

Gianluca Merlin e Wally Boffoli

Moody Blues Official Site
Moody Blues

Moody Blues Discography.

The Magnificent Moodies (Go Now - The Moody Blues #1 in U.S.A.,luglio 1965. Decca)
Days of Future Passed (novembre 1967, Deram)
In Search of the Lost Chord (luglio 1968, Deram)
On the Threshold of a Dream (aprile 1969, Deram)
To Our Children's Children's Children (novembre 1969, Treshold)
A Question of Balance (agosto 1970, Treshold)
Every Good Boy Deserves Favour (luglio 1971, Treshold)
Seventh Sojourn (novembre 1972, Treshold)
Octave (giugno 1978, Decca)
Long Distance Voyager (maggio 1981, Polydor)
The Present (settembre 1983, Polydor)
The Other Side of Life (maggio 1986, Polydor)
Sur la mer (6 giugno 1988, Polydor)
Keys of the Kingdom (25 giugno 1991, Polydor)
Strange Times (17 agosto 1999, Polydor)
Journey into Amazing Caves (24 aprile 2001)
December (24 novembre 2003, Universal)
Lovely to See You (2005, Image Ent.)
Live at the Royal Albert Hall with the World Festival Orchestra (2010,Sony Music)
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