venerdì 22 aprile 2011

MANI NEUMEIER & KAWABATA MAKOTO: "Samurai Blues" (2011, Bureau)

Si può addurre che, già all’iniettarsi il dondolio ipnotico Pan/Africano di Mushi, un suono sperimentale rimanga sempre un po’ perversamente familiare e partecipativo, tanto da inscatolarlo nella definizione concreta di lisergìa da condividere al massimo del delirio? Un timbro urgente e impulsivo può avere visioni di sangue fresco e d’antiche manipolazioni ciniche pazzesche? Sì, “Samurai Blues” è tutto questo, ed è anche un amuleto chiassoso per combattere le forze oscure della disfunzionalità del mondo rock, con i lineamenti sonori induriti e la dolcezza rumorosa di una piccola opera d’arte commista. Kawabata Makoto, il chitarrista “giallo” degli Acid Mothers Temple e l’Unno Mani Neumeier batterista della krautrock band degli anni sessanta Guru Guru Groove, da un pò di tempo sodalizzano le rispettive esperienze musicali sotto il moniker Acid Guru Temple o Acid Guru Guru, oppure semplicemente con i loro nomi, e questo disco - una sorta di meraviglioso vagabondaggio free-jazz core tra derive, flussi e furore – ingoia libbre di trascendentale psichedelia e fondamentalismi noiseless che esaltano un ascolto indiavolato e mutante. Appunto cinque tracce per vessare magnificamente la propria psiche, ripulendola da quelle ballate sognanti, dalle riletture lenitive, da quella tradizionalità capace di riportarti il cuore verso lidi ed approdi sicuri; qui l’anfetamina è la sostanza più innocua che si possa trovare, una gioiosa macchina virtuosistica che si fa prima ad ascoltare che descrivere, forse un impatto/clangore da club estasiato, ma senz’altro un hard-core jazzato ed evoluto in stile che tracima le insofferenze degli Hella e Minutemen e le sbatte sui lontani territori, ma molto lontani del blues del Mali. Makoto impasta rabbia, alienazione, diniego e ossessione in Another romance e ne restituisce cacofonia al quadrato, Neumeyer spiatta soffusamente nel mugugno mantrico di Spinning contrast, traccia purgatorio che sconta il peccato della bellezza ed insieme decidono di smontare tutto e darsi all’arte del “guazzabuglio”, destrutturando, storcendo quello che rimane di una batteria e cordame di chitarra elettrica. Libertà di comunicare noise, fuori dell’onanismo di tanti heroes dell’avanguardia, qui c’è noise-rock e avant-gard jazz che si uniscono sfogandosi per spolpare le trombe d’Eustachio, e che in fondo del fondo un tantino d’estenuazione la provocano, ma anche il “piacere del dolore” è una forma strana d’amore e allora adelante, che “dolore amorevole” sia.
Max Sannella
MANITATSU - Mani Neumeier & Tatsuya Yoshida
Mani Neumeier playing Tongue Drum (Munich, November 2007)
Kawabata Makoto - Penguin House - Koenji, Tokyo - Dec 14 200
Makoto Kawabata - live at Taverna Del Maltese, Bari, Italy

DustedSamuraiBlues

JAMES CHANCE & TERMINAL CITY: “The Fix Is In” (Dicembre 2010, Interbang Records/Goodfellas)

“Mi sento come fossi tornato agli anni ‘80”: è una frase del sorprendente James Chance riportata nelle note del suo dvd “Chance of a Lifetime – Live in Chicago 2003”, uscito nel 2005 per l’etichetta californiana DBK Works. Il dvd, frutto di un tour di 4 date (Chicago, Detroit, Milwaukee e Minneapolis) tenuto da James Siegfried 8 anni fa insieme ai chicagoani Watchers e al fratello David, ci informava che l’inquieto ometto di Milwaukee era ancora tra noi, operativo ed in giro, come l’altra sopravissuta ex amica di bagordi Lydia Lunch. La conferma di un ritrovato stato di grazia è il tour europeo di Chance di questo 2011, che l’ha portato anche in Italia in marzo per quattro date, con una formazione a cinque (Judy Taylor, vocals and dance). Sì proprio lui, il dissennato Chance/White, spuntato/sputato fuori alla cronaca per la prima volta con i suoi Contortions dai solchi di "No New York", il caustico manifesto No Wave prodotto da Brian Eno nel 1978 (Antilles Records). Stiamo parlando di un totem discografico (a tutt’oggi) di una città attraversata in quel declinare anni ’70 da perfidi rivoli sotterranei di arte obliqua/nichilista, nella musica come nel cinema. In quella stagione seminale Chance praticò un onanismo ‘situazionista’ beffardo verso tutto e tutti, almeno quanto gli altrettanto dissacranti compari di solco Teenage Jesus And The Jerks di Lydia Lunch, Mars di Sumner Cran, D.N.A di Robin Crutchfield ed Arto Lindsay. In realtà sin d’allora non riusciva a nascondere del tutto, dietro gli squinternati squittii/brontolii di un sax alto velenoso in guerra permanente con le ‘regole’ tonali ed armoniche, un profondo amore per il funky, il jazz ed il free jazz, il rhythm & blues e, con il senno di poi, il blues: esattamente quei generi che in brani al vetriolo come Jaded, Flip Your Face, Dish It Out stava iniziando a profanare metodicamente come un serial killer punk, dando fondo a tutta l’incontrollabile anarchica rabbia esistenziale che nutriva in corpo. La cover stravolta e furiosa di un classico di James Brown (idolatrato da Chance), I Can’t Stand Myself, la diceva lunga. A 32 anni di distanza da quegli eccessi, dalle distorsioni/contorcimenti sonori di un altro disco-icona come “Buy”, inciso nel 1979 con i suoi Contortions, James Chance in questo “The Fix Is In” rinuncia all’arte antica del baro e scopre tutte le sue carte, confessando ormai senza riserve le suddette ossessioni: il blues prima di tutto, adattato alla sua immutata sensibilità border-line e a delle performances vocali sì da adulto-bambino ‘disturbato’ perenne, ma arricchitesi negli anni di un intrigante ed elegante appeal melodico, si ascolti Devilish Angel ; nei quasi nove minuti di questa conturbante e languida song (ospite la vecchia amica Pat Place, slide guitar nei Contortions) il blues é esplorato nei suoi risvolti suburbani più inquietanti, corteggiato invece con inedita/nuova disponibilità al coté più ortodosso in Chance’s Mood e Street With No Name.
Down and Dirty, The Fix Is In, Blonde Ice, The Set Up (splendidamente orfane di drums le ultime due) pagano sino in fondo, attraverso una lussuriosa orchestrazione a nome Terminal City (nove magnifici professionisti), il tributo ad un jazz caldo, dalle spirali avvolgenti, da big band degli anni ’30-’40, con languide trombe e saxes impegnati in lunghi e fluidi solo di stampo be-bop, pianoforti, vibrafoni ed organi vintage trasversalmente cinematografici . Gli idoli jazz di James insomma negli ultimi anni non sono più (o non solo) il deus ex-machina del free-jazz Ornette Coleman, lo stregone Albert Ayler, i ‘wildflowers’ avant-garde dei lofts newyorkesi che aveva frequentato poco prima di mettere mano ai Contortions nel 1977 (Kalaparusha, Oliver Lake, David Murray, Anthony Braxton etc.): ora, in “The Fix Is In”, è lo spirito luccicante di Duke Ellington, di Count Basie a plasmare agli arrangiamenti, ad abitare le movenze di composti ottoni; una confortante restaurazione sempre e comunque insidiata in quasi tutti i brani dalle ance del piccolo uomo del Wisconsin, e da quella estetica free ‘paranoide’ che le governa ormai da 35 anni. Tranquilli quindi: certo, il suo volto stanco tradisce tutti i 58 anni, ha perso l’aplomb corrucciato di sfida di una volta, ma James non ha assolutamente abdicato a sé stesso in queste songs, i titoli mutuati da vecchi film ‘noir’ americani, altra ossessione di Chance. James parla e dice:

“The stuff I’m doing now is very influenced by Film Noir. The new album actually has a few songs named after movies. Like, “The Set up,” “The Street with no Name.” The song “Down and Dirty” was kind of inspired by a scene in The Man With The Golden Arm where Frank Sinatra deals the cards and says, “Here they come now, down and dirty.”

“Get Down and Dirty” era il titolo della prima versione di questo album, uscito inizialmente in cd solo in Giappone nel 2005 per la Winfd Bell, poi riproposto in Europa dall’etichetta francese Le Son du Maquis con il titolo “The Fix is In” ed un dvd allegato, “Almost Black”; infine nel 2010 la collaborazione tra Interbang Records e Maquis ha dato vita a due versioni in vinile, una italiana e una francese (con copertine differenti), entrambe in edizione limitata di 500 copie e con tre brani in meno rispetto l'edizione francese. "The Fix Is In" piacerà ai jazzomani meno ortodossi, senza scontentare i no-wave dipendenti della prim'ora.
Wally Boffoli

JAMES CHANCE & LES CONTORSIONS @ La Fondation Cartier @ 15/10/09: Contort Yourself

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giovedì 21 aprile 2011

ARCADE FIRE: "The Suburbs" (2010, Merge)

In occasione della prossima calata in Italia degli Arcade Fire eccomi rispolverare il loro ultimo disco così, come ripasso. Cominciamo col dire che “The Suburbs” è, innanzi tutto, un disco fatto non solo di suoni ma di parole, parole come kids, parents, city, house, home, town, car tanto care ai nostri che le utilizzano anche qui per descriverci un costante senso di fuga e di distacco da qualcosa o da qualcuno. Infatti, se “Funeral” celebrava il senso delle origini di vicinanza con spirito giovanile e “Neon Bible” batteva l’autostrada in cerca di nuovi suoni e nuovi sogni, “The Suburbs” parla del tornare a casa e scoprire che nulle è come lo si era lasciato. Per assurdo però, sotto il puro profilo musicale, questo è l’album, per quanto possibile, dell’apertura della band canadese al grande pubblico.
Questo lavoro, infatti, si apre ad uno spettro di influenze e di opportunità notevolmente più ampio rispetto al passato come se Butler e Chassagne volessero aprire un varco ideale tra appunto i sobborghi e il centro del mondo. Impronte new wave/electro in Ready To Start, Half Light II e Sprawl II ma anche il punk di Month of May o di We used to wait e le classiche orchestrazioni del gruppo come in Empty Room cantata dalla Chassagne, l’honky-tonk della title track o il folk corale di Deep Blue nonché il bel giro di stampo smithsiano di Suburbam wars con tocco d’originalità finale per la quasi disco Sprawl che quasi non sembra neanche scritta da loro.
Ecco degli Arcade Fire “diversi” dal solito dove l'impressione è che, anche per quanto riguarda la scrittura, il gruppo sia stato un po' restio a scegliere, a selezionare, a ridurre all'essenziale, trascinandosi dietro molto materiale, piuttosto eterogeneo in certi punti, pur di accontentare tutti, ma non per questo parliamo di un disco meno riuscito dei lavori precedenti: sembra davvero di aver raggiunto le vette massime nel riuscire a suonare in modo originale, profondo e sicuramente più accessibile, assicurando picchi magari meno eccelsi rispetto al passato ma certamente più frequenti. Una produzione più asciutta rispetto al passato curata da Markus Dravs (già collaudato in “Neon Bible”), con un balzo nei ricordi di ciascuno di noi in un disco non facile, che potrà lasciare molte perplessità al primo ascolto ma che poi, ai successivi, ti entra lentamente nella mente e nell’anima, 16 tracce (tra intervalli e canzoni multi-parte) che sembrano voler comporre il loro personale “Automatic for the people” unendo ambizioni musicali ad apertura alle masse; un disco che è sonicamente il migliore che si possa ascoltare in giro negli ultimi tempi. Ma, lo spirito innovativo della band ruota a 360° e, se non ci credete, visitate il progetto The wilderness downtown per averne un’idea.
Al momento sono dal vivo una delle migliori band di sempre (forse addirittura migliori degli U2, che hanno utilizzato un loro brano come apertura del Vertigo Tour) e hanno dalla loro il potere dell’evocazione, che riesce a richiamare nella mente di chi ascolta immagini dal sapore cinematografico; propongono inoltre uno dei migliori spettacoli  in circolazione (come testimonia il DVD di un loro spettacolo al Madison Square Garden di New York, diretto da un signore di nome Terry Gillian) dove riescono a proiettare attraverso sé stessi le vite di tutti noi,  muovendoci davvero qualcosa dentro. Gli Arcade Fire saranno in Italia a luglio per due imperdibili date a Milano il 5 ed a Lucca il 9, se siete in zona, consiglio vivamente di esserci.
Ubaldo Tarantino
Arcade Fire
Streaming dell’intero disco

JOAN AS POLICE WOMAN: "The Deep Field" (2011, Pias)

La recente evoluzione delle musica indie sta alzando l’asticella del livello del rock contemporaneo, se è vero che la maturità raggiunta che permette a gruppi come Arcade Fire di realizzare dischi più mainstream senza cadute di stile sta contagiando progressivamente anche altri artisti del genere con risultati interessanti. E questo primo semestre dell’anno sembra avere una certa “impronta” femminile in tal senso, viste le convincenti uscite di Anna Calvi e soprattutto PJ Harvey. Ecco quindi anche il terzo lavoro, uscito a Gennaio, per Joan Wasser, meglio conosciuta come Joan As Police Woman, appena passata da noi per alcune date di presentazione del disco. Un disco in cui la Wasser si cimenta nell’esplorazione di nuove soluzioni e di nuove forme musicali a cui ispirarsi, per arricchire il proprio repertorio senza perdere la propria identità. “The Deep Field” si presenta sin da subito dall’apertura di Nervous e The magic molto più ricco e variegato con variazioni soul, funk, folk che si integrano tra loro con classe. Anche il successivo gruppo di canzoni è eloquente in tal senso, con song quali The action man e Flash , decisamente più introspettive e di grande bellezza con un’intensità che cala gradualmente fino alla distensiva Human Condition, che vede la partecipazione di Joseph Arthur a colorare di erotismo le note flessuose di un brano a forti tinte bowiane.
Il lavoro è caratterizzato da una profonda vena soul: “The Deep Field” presenta molte novità rispetto ai precedenti. Innanzi tutto, il suono risulta decisamente più pieno, con le chitarre, i synth che da un lato occupano molto più spazio e dall’altro interagiscono tra loro in modo più armonico rispetto al passato. Non c’è mai un momento in cui la parte strumentale svolga la semplice funzione di sostegno alla voce: ha sempre una propria autonomia nel supportare e variegare il background della vocalità di Joan che, dal canto suo, apporta molte più variazioni di tonalità e timbro rispetto alle esperienze precedenti, con un rinnovato spirito più vicino a Marvin Gaye o Al Green piuttosto che Adele o Cat Power. Joan propone accanto al suo classico cantato morbido e suadente anche diversi momenti in cui la voce diventa più incisiva e dura. L'artista vira così in territori soul, sia come stile melodico, che come impostazione degli arrangiamenti, con piccole gemme quali Kiss the specifics e Chemmie.
Si conclude con l’intimismo di Forever And A Year e I was everyone, anche qui in modo fluido e senza intaccare l’organicità complessiva, ma facendo sì che lo sviluppo dell’opera non risulti banale.
Ascoltandolo tutto d’un fiato l’andamento del disco sembra perfettamente studiato dal punto di vista sia stilistico che emozionale, facendoci percorrere un vero e proprio sentiero in cui forma ed emozione sono due parti inscindibili dello stesso insieme: un pò quello che contraddistingueva i lavori del suo ex-compagno Jeff Buckley. Il consiglio è quello di lasciarsi conquistare da un’artista che sa abbinare perfettamente alla sofisticatezza e modernità delle proprie soluzioni una spontaneità ed una genuinità emotiva fuori dal comune perché “The deep field” non è solo un bel disco, è fondamentale.
Ubaldo Tarantino

mercoledì 20 aprile 2011

LIVE REPORT - "Soft Machine Legacy + Il Tempio delle Clessidre" live at GE-Prog Festival, Sala Maestrale Auditorium Porto Antico,Genova, 30 Marzo 2011

Mercoledì 30 marzo ha visto Genova ospitare il primo di tre appuntamenti, nonché il più atteso, nell’ambito della 1^ Edizione del GE-Prog Festival, rassegna musicale dedicata al rock progressivo che, nelle intenzioni dell’Associazione Culturale MusicNoLimit, ideatrice dell’evento, e nelle speranze degli ancora molti appassionati del genere, non dovrebbe restare “figlia unica” ma affermarsi come primo passo di un appuntamento fisso annuale. L’appuntamento più atteso della rassegna, dicevamo, in quanto vedeva come protagonisti della serata i Soft Machine Legacy, un ensemble che, come dice il nome, raccoglie l’eredità degli storici Soft Machine, una delle band-simbolo di quel filone inglese degli anni ’70 che coniugava progressive rock e jazz, melodia e avanguardia, noto come Scuola di Canterbury, o Canterbury-Sound.

Il Tempio delle Clessidre
L'enorme responsabilità di aprire non soltanto il concerto dei Soft Machine Legacy, ma la prima delle tre serate che costituiranno il festival, quindi l’intero evento, va ai musicisti del Tempio delle Clessidre, una band di Genova che ha saputo, con il suo recente primo album, costruire un ottimo ponte tra il rock sinfonico italiano “d’annata”, grazie alle sonorità vintage della tastierista Elisa Montaldo e alla voce di Stefano Lupo Galifi (ex-Museo Rosenbach) e l’approccio più metal-prog del bassista Fabio Gremo, del chitarrista Giulio Canepa e del drummer Paolo Tixi. La moderna Sala Maestrale dell’auditorium del Porto Antico di Genova offre ottime doti sia acustiche, sia di visibilità, e gli ancora numerosi appassionati di cui parlavamo all’inizio hanno saputo garantire una risposta, in termini di presenze, forse anche superiore alle aspettative. Tutto questo di certo scalda il cuore al Tempio delle Clessidre, che ripaga con una performance davvero flamboyante. Il loro show si apre in rapida sequenza con i due brani che aprono anche il loro primo album. Se la sicurezza dei 5 musicisti nell’eseguire le rispettive parti non è certo mai stata messa in dubbio, qui troviamo anche un’accresciuta sicurezza nel tenere il palco, con Lupo ottimo “personaggio” oltre che cantante dalla voce limpida come ai tempi del Museo Rosenbach, ben supportato dalla fisicità sugli strumenti di Gremo e Canepa, e con trovate altamente scenografiche, come nello strumentale Danza esoterica di Datura, in cui Lupo lascia la frontline a Elisa Montaldo che tra maschere, polveri, incensi, corni d’animale e antichi rituali, si svela eccellente maestra di cerimonie. Il poco tempo a disposizione sul palco impone ai musicisti del Tempio di presentare una versione compattata della suite Zarathustra (dal Museo Rosenbach), anziché eseguirla integralmente.

Soft Machine Legacy
Ma è la volta dei Soft Machine Legacy, presentati, nel loro arrivo sul palco, da Athos Enrile, conosciuto e apprezzato critico musicale savonese. I membri di più lunga militanza nella vecchia formazione dei Soft Machine ora presenti sul palco sono il bassista Roy Babbington (che aveva sostituito Hugh Hopper a partire dall’album “Seven”, pur con una collaborazione già in “Fifth”) e il batterista John Marshall, che prese il posto di Robert Wyatt dietro i tamburi a partire(anche lui) dal quinto album, poco prima che quest’ultimo rimanesse paralizzato su una sedia a rotelle a seguito di un grave incidente. Accanto a loro troviamo alla chitarra John Etheridge, che alla fine degli anni ’70 aveva sostituito nei Soft Machine il virtuoso Allan Holdsworth, a sua volta già subentrato in una formazione tarda, mentre l’unico vero nuovo acquisto sta nel fiatista Theo Travis al flauto e sax, un turnista che recentemente ha già suonato con gli svedesi Tangent (subentrando all’ex-VDGG David Jackson), con i riformati Gong di Daevid Allen e in duo con Robert Fripp. In questa Legacy l’unico vero ponte con il passato è costituito dal potentissimo groove della sezione ritmica Babbington/Marshall, ancora fortemente evocativo di quello che fu il sound della band (nonostante i due strumentisti appaiano oggi decisamente stanchi e provati nel fisico); su di essi Etheridge, dotato di un considerevole spiegamento di attrezzature tecnologiche, inanella virtuosismi dalle sonorità molto ricercate e un po’ asettiche. Travis ha la perfezione esecutiva del turnista, più che il carisma dei “Grandi” dello strumento. Il materiale eseguito è in gran parte di nuova composizione, e le poche incursioni nel passato avvengono con brani scelti (ovviamente, vista la line-up) dall’album “Six” in poi (tra cui Chloe and the Pirates). Ciò che si sente offre però all’ascoltatore una piacevole sensazione di “che cosa sarebbe successo se”, proponendo un sound più rock, più simile a certa fusion degli anni ’80 e, a tratti, nel groove, persino più funkeggiante, rispetto alle ardue sperimentazioni che i fans della band degli anni ’70 ricordavano. Insomma, viene facile immaginare, se non ci fosse stato uno stop di trent’anni, in che direzione la band si sarebbe evoluta se avesse proseguito a fare dischi con continuità. Questo show permette proprio di sentire quel tassello che fino a quel momento non c’era. In conclusione, un bellissimo live act, quello dei Soft Machine Legacy, anche se decisamente non lungo (poco più di un’ora), che ha visto come unico bis e al tempo stesso come omaggio al compianto bassista-fondatore Hugh Hopper, l’esecuzione risalente a più antica data di tutta la loro performance: da “Third”, infatti, la band ha eseguito Facelift, seppure in una versione di durata quasi dimezzata rispetto ai 18 minuti dell’originale. Il GE-Prog Festival è proseguito sabato 9 aprile con un concerto di Aldo Tagliapietra, Tony Pagliuca e Tolo Marton, tre componenti storici de Le Orme coadiuvati dal nuovo batterista Manuel Smaniotto. La formazione non può sfruttare il nome Orme, in quanto i diritti sono ancora di proprietà del batterista Michi Dei Rossi, che ha già strutturato un’altra line-up con questo nome. Infine, domenica 10 aprile, la serata conclusiva ha visto sul palco due formazioni: il Tony Levin Stickman Trio, band guidata dal turnista che vanta collaborazioni con King Crimson, Peter Gabriel, Spin One Two, Liquid Tension Experiment, Ivano Fossati e numerosi altri, qui nell’inedita veste anche di cantante, e il David Rhodes Trio, nuovo progetto di questo chitarrista famoso soprattutto per la sua collaborazione di lunga data con Peter Gabriel.
Alberto Sgarlato
MoonJuneRecords

SOFT MACHINE LEGACY Facelift London 2007
SOFT MACHINE (Legacy) - Chloe & The Pirates
Soft Machine Legacy - Seven for Lee
Soft Machine Legacy.(John Etheridge SOLO)-Two Down.~Kite Runner
Footlose

filmato realizzato da Athon Enrile

SHORT REVIEWS – Cute Lepers, “Adventure Time” (2011, Damaged Good/Goodfellas)

Stufi del solito tran tran quotidiano? Voglia di vacanze? Beh è un po prestino per pensarci, ma per ovviare al problema possiamo mettere nel cd player questo nuovo lavoro dei Cute Lepers. “Adventure Time” è il terzo album della band di Seattle influenzata dal power-pop e dalla scena mod-punk, frullati con il meglio del punk '77 inglese. Steve E Nix e Stevie Kicks, già nostre vecchie conoscenze con i magnifici The Briefs, non cambiano una virgola dell’attitudine della band: e noi non avremmo certo voluto che lo facessero. “Adventure Time” è un disco che pur riportando alla mente suoni e citazioni passate risulta fresco e frizzante come pop corn appena sfornati. Impossibile non farsi ammaliare dall’introduttivo  Tribute To Charlie, dedica speciale alla figura del leggendario punk rocker Charlie Harper degli U.K. Subs, dove il suono Buzzcocks fa’ da padrone arricchito da sax e pianoforte . E '77, dedicata appunto alla band inglese The Boys? E che dire poi di I Can’t Do Things, dove sembra di scorgere il faccino divertente di Fay Fife dei Rezillos, del sixties sound di Head Over Heels e dei Generation X della tittle track Adventure Time? Il cd richiama con orgoglio tutto ciò, ma trattato con un gusto Cute Lepers. Dal vivo fanno faville: saranno in tournèe nel nostro paese a maggio, non ve li perdete. Fun guaranteed!!

Marco 'marcxramone' Colasanti

martedì 19 aprile 2011

FLEET FOXES: "Helplessness Blues" (2011, Sub Pop/Bella Union)

Due anni fà a Zante, sul faro di Keri, ho assistito a uno dei tramonti più belli che abbia mai visto. Il mare si estendeva indisturbato a perdita d'occhio mentre il sole calava dolcemente abbracciando a sé l'orizzonte. Uno spettacolo indimenticabile che mi é magicamente tornato in mente ascoltando il nuovo album dei Fleet Foxes. Si presenta con una splendida copertina "Helplessness Blues" il secondo lavoro discografico della band di Seattle che qualche anno fa aveva fatto gridare al miracolo l'intero mondo musicale. Il secondo album è sempre una bella prova da superare e i Fleet Foxes dimostrano con "Helplessness Blues" di averlo fatto splendidamente. Dopo aver esordito nel 2008 con l'album omonimo, una pietra miliare del folk-rock degli ultimi anni, la band capitanata da Robin Pecknold ritorna con un disco se possibile ancor più sublime che supera il confine del folk-rock spingendosi verso l'orizzone della world music. Nel 2010 il nuovo album pareva essere pronto ma Robin Pecknold, insoddisfatto del lavoro, decise di riscrivere tutto. Come riportato sul prossimo numero del magazine Uncut, da qui in poi iniziò per lui una sorta di psicodramma personale che non solo gli causò problemi di salute dovuti allo stress, ma pregiudicò anche la relazione con la sua compagna di allora. Il nuovo sound è definito dallo stesso Pecknold "more groove-based". Alcune novità le troviamo già in brani come Montezuma, il brano che apre album e cuore dell'ascoltatore, in Bedouin Dress e in Sim Sala Bim che richiamano profumi, sapori e musicalità nordafricane ed orientali. La breve Battery Kinzie splende raggiante come il sole d'estate.
La mistica The Plains/Bitter Dancer a tratti ricorda le armonie di Simon & Garfunkel. In The Shrine/An Argument, con i suoi ben otto minuti di durata è il brano più lungo mai scritto dai Foxes. Una sorta di mini suite dove la voce di Robin Pecknold e la musicalità della band raggiunge livelli di rara bellezza. The Cascades è uno splendido strumentale intriso di malinconia. Malinconia che ritroviamo anche in Blue Spotted Tail: il nudo vocalismo di Pecknold è accompagnato dal semplice suono della chitarra. Helplessness Blues, il singolo che anticipa l'album, suona onirico, trionfante, talmente bello da sentirsi abbracciati dall'intero universo. Grown Ocean chiude il disco ed è un ennesimo piccolo gioiello compositivo. "Helplessness Blues" vedrà la luce il prossimo 3 maggio e per molti (lo spero) sarà, come lo è stato per me, una luce di accecante bellezza. Bentornati Fleet Floxes.
Michele Passavanti

Sub Pop! Fleet Foxes
Fleet Foxes - Grown Ocean

"Drop Out Boogie!" - La storia dell’EDGAR BROUGHTON BAND

Edgar Broughton fu, con ogni probabilità, uno dei protagonisti dell’underground inglese degli anni sessanta. Non fu il solo - nel Regno Unito - ad innestare un serio e radicale discorso politico in una musica di derivazione americana, che risentiva del sound di San Francisco, così come delle asprezze del rock più duro. Egli, però, seppe farlo in modo magistrale, senza alcuna smagliatura musicale o ideologica. I nomi d’obbligo da citare sono quelli di Capt. Beefheart, Frank Zappa, i Fugs, ma anche i Jefferson Airplane, Jimi Hendrix e i Grateful Dead. Per Broughton, musicista con una solida preparazione blues alle spalle, gli artisti citati furono molto più di un semplice riferimento. Il modo migliore per prendere confidenza con i Broughtons è iniziare dall’ascolto dell’eccellente compilazione uscita nel 2001 della Emi/Harvest intitolata "Out Demons Out", che contiene ben diciannove brani scelti fra i classici della loro discografia, oltre ad una versione inedita del brano It's Not You. Il nucleo originale della band era costituito dai fratelli Robert detto 'Edgar' (24 ottobre 1947) e Steve Broughton (20 maggio 1950), rispettivamente alla voce/chitarra e alla batteria. Prima ancora però la dicitura della band fu Edgar Broughton Blues Band, che vedeva nei suoi ranghi un altro chitarrista, Victor Unitt. Ai tre si aggiunse, quasi subito, il bassista Arthur Grant (14 maggio 1950) e, dal terzo album in poi, tornò il secondo chitarrista Victor Unitt (5 luglio 1946) proveniente dai blasonati Pretty Things. La band, sin dai suoi esordi, non fece affatto mistero delle proprie preferenze politiche e del proprio stile di vita hippie ed anarcoide. Si distinsero, infatti, per un’assidua partecipazione a tutti quanti i free festival del momento (quelli dove l’ingresso era gratuito, non tanto perché vi fosse un sponsor come oggi, ma perché c’era la volontà di fare musica senza compromessi monetari). In questo modo, i Broughtons poterono contare sulla sincera partecipazione di un pubblico che vedeva in loro il modello di un gruppo fuori delle logiche di mercato, ben disposto nei confronti dei fan e lontano dalle rock star di Ready Steady Go (programma televisivo musicale della BBC). Il pubblico dei freak londinesi vide nella band, che suonava molto spesso senza alcun compenso, l’espressione sincera di un gruppo musicale che veniva dal popolo e che sapeva rappresentare la gente. I fratelli Broughton erano nati nel Warwickshire e il loro arrivo nell’ex swinging London causò non pochi imbarazzi fra gli intellettuali radical chic della scena hippie.
Il successo insperato di questi strani hippie, molto provinciali, ma dalle idee chiare in fatto di politica, crebbe quando la band fu chiamata ad esibirsi come spalla nel celebre concerto gratuito di Hyde Park, che servì per lanciare l'avventura brevissima dei Blind Faith di Eric Clapton e Steve Windwood. Nell'agosto del 1969, quindi, la Harvest, etichetta creata dal gruppo EMI per seguire la musica progressiva, pubblicò "Wasa Wasa", dopo che il compianto John Peel aveva già dato loro ampio spazio nel suo leggendario programma radiofonico Top Gear. Nel marzo del 1970 uscì il singolo Out Demons Out, che divenne rapidamente il brano più celebre delle loro esibizioni live, ma che curiosamente non fu pubblicato in alcun LP del tempo, pur raggiungendo una posizione fra le più alte nelle classifiche inglesi. Si trattò, probabilmente del primo singolo di una band della Harvest ad entrare nelle charts. L'edizione in Cd della Repertoire di Wasa Wasa inserisce questo singolo fra le bonus track. Si tratta di un brano dall’incedere coinvolgente, registrato dal vivo con il pubblico che canta ad alta voce ogni qual volta Edgar cita le parole del titolo; la chiusura è affidata ad un lungo assolo di chitarra elettrica, che risente di una forte influenza hendrixiana. Questa registrazione, tuttavia, ci offre soltanto una pallida idea di come potessero essere le apparizioni pubbliche di questa band, caratterizzate da espliciti atteggiamenti teatrali, sulla scorta dell’esperienza del Living Theatre e, più generalmente, dal situazionismo. Wasa Wasa fu, dunque, un esordio convincente. Nell’album, registrato presso gli studi Abbey Road, tutto il suono oscuro, cupo e minaccioso della band è reso appieno. Le chitarre distorte, con fuzz e wha wha, in puro stile hendrixiano e la batteria ossessiva e marziale si sposano alla perfezione con la voce profonda del leader. I brani dell’album sono tutti di alto livello a partire da Evil, fino ad arrivare alla lugubre Dawn Crept Away. Love In The Rain e l’indimenticabile Why Can't Somebody Love Me, con il loro incedere da anthem, possiedono già la statura di autentici classici. L’atmosfera dei free concert non traspare troppo da questo lavoro, ma i testi risultano perfettamente in linea con la filosofia di vita della band. In particolare, la splendida Death of an electric citizen sembra racchiudere tutta la critica di Broughton e soci contro l’establishment inglese. Il secondo lavoro dei fratelli Broughton fu "Sing Brother Sing", pubblicato nel 1970 con un buon successo di classifica. L’album era dedicato al tema della 'cospirazione', trattata attraverso testi che legavano la sfera sociale e politica, a quella personale.Nel brano Psychopath, ad esempio, l’Edgar Broughton Band affrontò il tema della masturbazione, un argomento scottante per il tempo, tanto da provocare alla band una messa al bando in Norvegia, smentendo, così, la leggendaria convinzione che i paesi del nord siano più ‘aperti’ in materia di argomenti sessuali. La lunga suite intitolata Moth è, invece, una sorta di collage sonoro realizzato mediante cut up, di grande effetto, ma poco innovativa. Nel frattempo uscì il singolo Apache Drop Out che fondeva il classico degli Shadow Apache con la corrosiva Drop Out Boogie di Captain Beefheart. Il brano, una sorta di compendio delle ispirazioni della band, è stato inserito come bonus track nella riedizione della Repertoire del terzo album. L'anno seguente il gruppo, divenuto ormai un quartetto con l’aggiunta di Unitt, fece uscire l'album omonimo, con la celebre copertina dello studio Hipgnosis: una fotografia di quarti di bue squartati, in mezzo ai quali si intravede un uomo nudo appeso per i piedi ad un gancio da macellaio. L’immagine non mancò di suscitare scalpore, così come i contenuti musicali. "Edgar Broughton Band", infatti, era un’opera dal carattere molto sperimentale, registrata agli Abbey Road, con l'utilizzo di un’orchestra di oltre trenta elementi. Gli arrangiamenti e la direzione orchestrale venne affidata a David Bedford, mentre nel brano Thinking of You, faceva la sua comparsa un giovanissimo Mike Oldfield al mandolino. Bedford proveniva dalla band di Kevin Ayers ed era amministrato dalla BlackHill Enterprise. Negli stessi anni realizzò numerose partiture orchestrali per molti artisti del tempo: Lol Coxhill, Roy Harper, Camel ed Anthony Moore (più recentemente ha lavorato anche per gli A-ha ed Ennio Morricone). Ciò nonostante, i suoi lavori più ricordati sono quelli con Mike Oldfield. Quest’ultimo, dopo un breve passato da turnista dell’underground inglese, anch’egli a fianco di Kevin Ayers, era divenuto uno dei pupilli di Richard Branson, boss della Virgin. Il suo multimilionario album "Tubular bells" fu realizzato presso i Manor Studios fra l’autunno del 1972 e la primavera del 1973, nei ritagli di tempo dei turni di registrazione di altri artisti. L’album quasi interamente registrato ed eseguito dallo stesso Oldfield vide la partecipazione di alcuni ospiti, quasi tutti provenienti dalla ricca scena underground inglese. Steve Broughton, ad esempio, fu incarico di registrare le parti di batteria, mentre a Jon Field membro dei leggendari Jade Warrior e dei July venne richiesto di inserire alcune parti di flauto. Fra gli altri ospiti illustri vi furono Lindsay Cooper degli Strawbs e Vivian Stanshall dei Bonzo Dog Doo Dah Band. Ad ogni modo, gli sperimentalismi troppo azzardati di Edgar Broughton Band non convinsero né il pubblico, né la critica del tempo. Ciò nonostante, il 1971 fu un anno magico per la band, che riuscì ad entrare nel gotha del rock grazie ad un’infuocata esibizione sul palco del Glastonboury Fayre Festival. Si trattò di uno degli eventi più importanti dei primi anni settanta al quale presero parte gli Hawkwind, i Pink Faires, i Gong, Arthur Brown, i Traffic, i Quintessence, gli Help Yourself e David Bowie (che scrisse a tal proposito Memories of a free festival).
Il palco era costruito a forma di piramide con degli ingenui, ma efficaci giochi di luce, mentre il pubblico, interamente costituito da freak inglesi, corroborati da droghe lisergiche e totalmente imbevuti di ideali hippie costituiva una folla enorme e variopinta. L’Edgar Broughton Band scelse tale occasione per presentare il nuovo chitarrista Victor Unitt e salì sul palco alla mezzanotte del 24 giugno eseguendo una travolgente versione di Out Demons Out della durata di venti minuti.Il brano è reperibile nel triplo album originale, stampato dalla Revelation nel 1972. Quest’esibizione rappresentò la vera consacrazione per i Broughtons. Il pubblico e le band inglesi, con il Festival di Glastonbury, si presero la loro rivincita sui loro coetanei americani e su Woodstock, che se paragonato a quello storico evento del 1971 aveva quasi il sapore di un festival rock da oratorio. In quegli anni l’Edgar Broughton Band trovò pieno inserimento nel tessuto musicale della scena londinese, soprattutto siglando un accordo con il management Blackhill Enterprises, lo stesso dei Pink Floyd. "BBC Demons at the Beeb", pubblicato dalla Hux, è la fedele testimonianza delle BBC session della band. Si tratta di dodici tracce, quasi tutti dei classici, fra cui si segnala una selvaggia esecuzione live di Out Demons Out realizzata per il programma Live in Concert di Radio One nel 1972. Queste esibizioni dal vivo, testimoniano le ottime capacità strumentali dei Broughtons. Non erano certamente dei virtuosi, ma possedevano un eccellente interplay in grado di generare un notevole apporto di dinamica ai loro brani. In questo modo riuscivano ad offrire delle esecuzioni live intense, ricche di energia e di potere comunicativo.
L’irriverente sperimentazione del terzo album non portò grandi benefici alla band, tanto che i due lavori successivi, "In Side Out" e "Oora", non riuscirono a scalare le classifiche di vendita, cosa che invece era riuscita piuttosto agevolmente ai primi due album. Perso il contratto con la EMI/Harvest il gruppo cercò di riemergere nella seconda parte degli anni settanta, ma non riuscì a riacciuffare il treno del successo che pareva avere agganciato con il secondo e terzo album. Oora, tuttavia, viene ritenuto da molti fan, uno fra gli album più interessanti della band. Quando uscì non registrò dei risultati di critica e pubblico sufficientemente positivi. Si trattava, infatti, di un’opera molto varia che spaziava fra brani dalla forte natura elettrica come Hi-Jack Boogie o Hurricane Man e canzoni acustiche come Green Lights o la stessa Rock‘n Roller. Vi erano anche pezzi come Roccococooler, un vero e proprio raga e altre tracce che non sembrano appartenere ad alcun genere. Ciò nonostante, vi sono ancora canzoni che hanno la statura di anthem come Things On My Mind, giocata sui classici power chords, tipici delle composizioni di Broughton. In quasi tutti i brani affiorano effetti ambientali elettronici, scaturiti dai synth di Victor Peraino dei Kingdom Come, e l’atmosfera, a tratti, ha dei toni cupi e seriosi. Ciò nonostante, la penna di Edgar Broughton risulta sarcastica e corrosiva come sempre. L’album fu mixato presso gli attrezzatissimi Manor Studios di Richard Branson e la copertina fu realizzata da Barney Bubbles, già grafico degli Hawkwind. Nonostante i notevoli sforzi della band per creare un album innovativo, i risultati scontentarono i fan degli esordi: più raffinata diveniva la musica dei Broughtons meno il pubblico pareva disposto ad ascoltarla. "Bandages", album del 1975, fu il primo album che la band pubblicò dopo la sua dipartita dalla Harvest. Il disco segna la dipartita di Victor Unitt, sostituito da Terry Cottam. Si tratta di un album controverso, ma ricco di fascino, che è stato recentemente rimasterizzato e ristampato dall’Eclectic disc, dopo ben quattordici anni dalla sua prima comparsa su CD. La scaletta è piuttosto eterogenea e spazia da brani acustici di grande raffinatezza, a brusche sterzate elettriche, vero asso nella manica della band, ma anche alcune tracce fortemente caratterizzate dall’impiego di sintetizzatori. La voce di Broughton è potente ed evocativa come sempre, mentre la struttura dei brani sembra voler recuperare il rock’n’roll degli esordi.Si tratta di un disco penalizzato dal fatto di non rientrare nella rosa degli album pubblicati dalla Harvest. In realtà, è un’opera godibile e ingiustamente sottovalutata. Lo stesso vale per "Live Hits Harder" album registrato durante il tour di addio della band nel 1976, anch’esso ristampato dalla Eclectic Disc, che contiene classici quali Love in the Rain, Hotel Room, Evening Over Rooftops e Side by Side. Chiunque abbia ascoltato questo live può rendersi conto di come dal vivo i Broughtons non avessero rivali, neppure a fine carriera. L’esecuzione, infatti, è come al solito intensa e selvaggia, gli arrangiamenti dei brani sono ridotti all’essenzialità, il sound è brutale e diretto. Il disco venne stampato solamente in Svizzera, e con un certo ritardo. Nel frattempo la band, mutato il nome in Broughtons, era tornata in studio per registrare il discreto "Parlez-Vous English?". L’ultimo capitolo della band originaria è "Superchip", pubblicato con il nome di Edgar Broughton nel 1981 con scarso successo. La storia dell’Edgar Broughton Band è strettamente legata a quella dell’hard rock e di quello che avrebbe potuto essere questo fenomeno musicale, se le apparenze disimpegnate dei lustrini glam non avessero affogato le istanze politiche che caratterizzavano la maggior parte delle band che facevano parte dell’embrionale scena hard rock inglese.
Simone Bardazzi
EdgarBroughtonBandMySpace
EdgarBroughtonBandLyrics

Love in The Rain 1970
American Boy Soldier Live at Beat Club 1970
Why Can't Somebody Love Me? Da Live at the Beeb
Hotel Room (1972)

discografia:
Wasa Wasa (1969)
Sing Brother Sing (1970)
Edgar Broughton Band (1971)
Inside Out (1971)
Oora (1973)
Bandages (1975)
Parlez-Vous English? (1979)
Superchip (1982)
Chilly Morning Mama (Live) (1998)
Live Hits Harder (Live) (1979)
Demons at the Beeb (Live) (2000)
Keep Them Freaks a Rollin': Live at Abbey Road 1969 (Live) (2004)
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